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Datemi un pallone vi farò l’Italia

di Lino Patruno

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Certo, ha fatto impressione vederlo in mondovisione: un giocatore nordcoreano che piangeva come un agnello all’inno nazionale prima della partita col Brasile ai Mondiali di calcio. Di sicuro commosso. E solo una cattiveria è probabilmente quella di chi ha detto che il regime del suo Paese gli ha imposto di farlo: per dimostrare che l’ultimo comunismo della Terra piace al suo popolo fino alle lacrime. E anche ora che gli azzurri dell’Italia finalmente cantano anche loro il nostro inno, è francamente penoso il confronto. E non solo con i nordcoreani. Tutti con la mano al petto e gli occhi al cielo nella tensione di una fede. E i nostri invece sgangherati, stonati, fuori tempo, che dicono «stringiamoci a corte» invece che a «coorte», che si sbirciano furbeschi fra di loro, con Marchisio che chissà come dice «Roma ladrona», senza un minimo di passione, insomma una fetecchia.

Soprattutto quelli del calcio, per la verità. Fino al punto che, dopo aver vinto la Coppa Campioni, gli undici dell’Inter festeggiavano ciascuno con la sua bandiera nazionale, essendo tutti stranieri in una squadra italiana senza italiani. Ma l’avevano, vivaddio, la loro bandiera nazionale. Da noi per trovare qualcosa di simile bisogna andare al rugby, o alla scherma con le sue bellissime donne, o alla pallavolo con le sue altrettanto strafighe, o al nuoto. Come dire sport non miliardari, più sudore che soldi.

Una nazione ogni quattro anni - E anche gli stadi, parliamoci chiaro, che sembrano sempre più accalorati di Buffon e compagni, è come se ci fosse un imbarazzo, forse una vergogna in quel canto collettivo di un Paese che a sentire la parola collettivo gli viene l’orticaria. E poi ne hanno fatto di danni i nazionalismi nati negli stadi. Lo cantano, l’inno, prima delle riunioni dei Lion e dei Rotary, ma è una prassi internazionale, o forse si fanno coraggio viste certe loro serate diciamo pesantucce. Ma non è solo questione di inno. Anzi dobbiamo ringraziare se ogni quattro anni ci sono i Mondiali di calcio, è l’occasione per riscoprire che abbiamo una bandiera, se proprio non vogliamo dire che siamo una nazione.

Poi si mettono anche quei caproni della Lega Nord, il ministro Maroni che invece di andare alla Festa della Repubblica se ne sta a Varese e invece dell’inno nazionale fa suonare «La gatta» di Gino Paoli. E ora il governatore del Veneto, Zaia, che invece di Mameli mette «Va’ pensiero»: poi dice che non ne sapeva niente, ma intanto l’hanno fatto. Come quando dicevano che volevano andarsene dall’Italia con la secessione e i trecentomila fucili pronti, poi smentivano ma intanto incassavano il federalismo, che non è che sia molto meno. Anzi a radio Padania lo hanno detto: «loro fanno polemiche e noi gli ciuliamo i voti».

Ma si sa, i leghisti dicono che Garibaldi era un delinquente perché l’Italia che contribuì a unificare comprendeva quei minorati del Sud in una coabitazione forzata per genti troppo diverse. Come quando due si sposavano e l’amore sarebbe venuto dopo. Né il loro problema è che «Fratelli d’Italia» sia bruttarello come lo è, anche se ci sono altri inni che sembrano messe funebri. Povero Mameli nostro, che morì a 22 anni per la sua Italia, scrisse i versi dell’inno a 20 e a 17 era già patriota. Mentre la marcetta è di tal Novaro che nessuno ricorda mai.

Un canto un po’ iettatorio - «Va’ pensiero», invece, che è bello assai, i leghisti se lo sono arraffato perché simboleggerebbe l’aspirazione di un popolo alla libertà, che sarebbe il popolo padano schiavo in Italia. Eppure il maestro Muti, che è terrone ma loro si devono togliere il cappello, glielo ha detto mille volte: è un autogol perché è un canto dei perdenti. Gli esuli ebrei che cantano la loro preghiera di sconfitti nel «Nabucco» di Verdi. Ma non è che i leghisti siano fenomeni scolastici, se se lo vogliono tenere se lo tengano. Ma ve lo vedete un canto di perdenti prima di una partita della Nazionale?

Il resto, lasciamo proprio perdere. Nel Paese eternamente provvisorio, è provvisorio anche Mameli: sono 163 anni che non si riesce a farlo inno ufficiale. Con chi ha proposto anche «Nessun dorma» dalla «Turandot». Fino a che il ministro La Russa, uno allergico al fioretto, ha detto: allora facciamo «Azzurro». Anzi in questi giorni ha aggiunto: imponiamo per legge che si esegua solo Mameli. Sistema rapido per sabotarlo come si fa con ogni legge in Italia. Che quindi si avvicina ai 150 anni di unità senza l’unità neanche sul suo inno. E che tifa Italia solo se c’è un pallone di mezzo.

Ma se vinciamo (va’ pensiero) vedrete che orgoglio nazionale, le bandiere, cortei di auto, città a ferro e fuoco. Sfracelli d’Italia.

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