Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:20

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Davanti al pallone un'Italia senza sogni

di Valentino Losito
di VALENTINO LOSITO 

Un’Italia tiepida e svogliata si avvicina a passi lenti e stanchi ai Mondiali di calcio. Mancano due giorni all’esordio degli azzurri in Sudafrica ma l’atmosfera che si respira è un misto tra sfiducia e rasseg nazione. Le partenze a fari spenti, in verità, ci hanno sempre portato bene e anche quattro anni fa, con il ciclone Calciopoli in pieno atto, non eravamo messi meglio: ma intorno ai campioni del mondo in carica c’era da aspettarsi ben altro entusiasmo. Basta girare per le strade delle nostre città e dare un’occhiata ai balconi per rendersi conto che il numero dei tricolori è sensibilmente diminuito. Insomma sembra proprio che abbiamo ammainato bandiere e speranze ancora prima di combattere. 

Del resto lo stesso «condottiero», Marcello Lippi, non ha fatto molto per farci amare la nostra squadra. La sua è sembrata dall’inizio la sfida di uno contro tutti, la battaglia personale di un sergente di ferro asserragliato in un fortino difeso da un manipolo di non più giovani «fedelissimi» e senza veri fuoriclasse. Lasciando in Italia calciatori estrosi e giovani come Cassano e Balotelli, il nostro «Ct» non solo ha privato la nazionale dell’indispensabile dose di fantasia, ma ha contribuito a spegnere l’entusiasmo dei tifosi. 

Non è un caso che proprio in un clima come questo il «padano» Calderoli abbia potuto sferrare il suo attacco a uno dei residui simboli dell’Unità nazionale. Il ministro leghista, pensando di andare facilmente in gol, ha chiesto agli azzurri di dare un «taglio» sostanzioso ai premi per il Mondiale. Ma, come nella migliore tradizione del nostro calcio, gli azzurri ha risposto con un contropiede vincente, annunciando che destineranno gli «spiccioli» degli eventuali premi al comitato per i 150 anni dell’unità nazionale. Questo è oggi lo stato dei rapporti tra calcio e istituzioni nel nostro Paese, con i «pedatori», direbbe Gianni Brera, che devono dare lezioni di politica a chi prende a calci la storia della nazione. Lontani i tempi in cui il partigiano-presidente Sandro Pertini esultava per i gol degli azzurri ai mondiali di Spagna e giocava a scopone con loro sull’aereo che riportava a casa la coppa e gli eroi. Splendida e irripetibile icona nazional-popolare di un Paese che forse non c’è più. 

Ma da ieri il pallone rotola sui campi del mondiale e mai come oggi e in nessun altro paese come il Sudafrica il calcio può rilanciarsi come simbolo di unità universale. Anche nelle favelas più desolate, nelle capanne della miseria, della sporcizia e della violenza, può venire fuori un ragazzino che emula Ronaldinho nel controllo di palla, e che fra qualche anno farà impazzire il pubblico mondiale con i suoi numeri. La «rabona » di Maradona, la «ruleta» di Zidane, la «pedalada» dei brasiliani, la rovesciata «em bicycleta» in cui eccelleva Gigi Riva, giù giù per il Novecento fin quando il bolognese Biavati inventò il «doppio passo». Specialità eterne, codificate dallo stile, dalla bellezza, dal gusto personale. 

Modi di giocare che talvolta, direbbe ancora Brera, si avvicinano davvero al prodigio di una divinità che gioca con la palla del suo piccolo pianeta. È questo il sogno di ogni mondiale di calcio: scoprire un nuovo campione capace di farci innamorare ancora del gioco più bello e popolare dell’universo, un mistero senza fine che ci prende l’anima e ci riscalda il cuore. Ecco quello che chiediamo al mondiale sudafricano: ritrovare lo stupore per le cose semplici e la gioia per passioni che profumano di ricordi.

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