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Il coraggio di un'impiegata e il silenzio di una città

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Accade che una domenica di quasi estate, a Bari, un giovane di 25 anni viaggi in scooter e venga travolto da un’automobile. Accade. Accade anche che la persona alla guida del veicolo investitore fugga senza fermarsi a prestare soccorso, guadagnandosi l’appellativo di «pirata». Accade. Accade ancora che altri automobilisti transitino accanto allo scooterista sanguinante, ma preferiscano non fermarsi, temendo chissà che cosa. Accade purtroppo anche questo. Accade infine che passi di là una donna - fate voi se una samaritana o una casalinga di Voghera - che all’anagrafe si chiama Pierangela Natalizio di anni 53, impiegata alle poste, madre di due figli. Che non solo si ferma per prestare soccorso, ma fa molto di più. Senza inorridire di fronte a un corpo con una gamba tranciata di netto, si preoccupa di fermare l’emorragia. 

In un attimo le saranno tornate in mente tutte le nozioni apprese durante le lezioni di pronto soccorso fatte in azienda. Con calma, senza scomporsi, capisce che deve cercare di fermare quel sangue caldo che a fiotti fuoriesce dalle carni straziate portandosi via soffi di vita. Un fazzoletto, una cintura e improvvisa un robusto laccio emostatico. Quando arriva l’ambulanza, il sangue quasi non esce più. Con i soccorsi arriva il padre del ragazzo, un bravo chirurgo. Capisce al volo che quella donna che ogni giorno si occupa di pacchi, timbri e raccomandate ha salvato la vita al figlio. 

Bisogna però completare l’opera. Bisogna ritrovare l’arto tranciato per sperare di poterlo riattaccare. La chirurgia oggi fa miracoli. La gamba viene recuperata nel canalone che costeggia la strada e portata al policlinico. Si spalancano le porte della sala operatoria. Per dieci ore equipe di specialisti si alternano davanti a quel corpo mutilato. Con loro è sempre presente il papà del ragazzo. Non è più l’esperto collega che tante volte con mano veloce e sicura ha inciso, aperto, suturato. È «solo» un padre che si preoccupa di tenere fra le mani la testa del figlio, quasi a volergli trasmettere un altro soffio vitale. Come nella «Creazione» di Michelangelo. Alla fine la gamba è riattaccata e la speranza fa capolino fra i camici verdi sporchi di sangue. 

Tutti sanno che senza quella donna con più attributi di tanti uomini, Paolo - è il nome dello sfortunato giovane - quasi certamente sarebbe morto dissanguato al margine della strada, come un cane. È accaduto però che il Fato si sia opposto alla potenza delle tecniche umane e che l’infezione abbia cominciato a infilarsi in quel corpo provato. La conseguenza è tristissima: bisogna amputare la gamba riattaccata e in fretta, prima che la ribellione della natura ponga la parola fine a tutta la storia. E così accade. A decidere è quell’uomo che ora deve smettere i panni di padre e tornare a fare il medico. Sa che non c’è altra strada, l’unica speranza è tagliare. 

Ora il giovane lotta contro la morte, qualche segnale apre il cuore alla speranza. Del pirata non c’è ancora traccia, ma sarà preso, c’è bisogno di giustizia. L’unica certezza che resta è il gesto di quell’impiegata postale. Un gesto che dà anima all’intera vicenda e che forse meriterebbe più di un’intervista sui giornali. Magari di essere pubblicamente additata come esempio in una città che sempre più spesso è pronta a girare lo sguardo dall’altra parte. Perché anche in questa nostra terra forte, dove la solidarietà è un seme antico, comincia ad accadere questo. Chi può, faccia in modo che da questo dramma fioriscano speranze. A volte accade.

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