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Dalla Russia con furore. Luciano Canfora e il falso di Stalin

di Giacomo Annibaldis
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Potrebbe stupire non pochi l’ambigua intesa che si instaurò negli anni Venti tra l’Italia fascista e l’Urss di Stalin. Come sa chi ha potuto seguire le dolorose vicende di comunisti italiani fuorusciti a Mosca e subito scontenti di rimanervi (ad esempio, Emilio Guarnaschelli: basterebbe leggere le pagine toccanti di Una piccola pietra, raccolta di lettere prefate dal pugliese Alfonso Leonetti), per un certo periodo i due Stati e i loro apparati sembrarono perfino collaborare su certi temi.

In quegli anni, cruciali per ambedue, Mussolini e Stalin stabilirono rapporti diplomatici e commerciali reciproci e li intensificarono durante la crisi Matteotti. Il fascismo sembrò parteggiare per Stalin nella sua lotta contro il rivale Trockij. E tale «ammiccamento politico» si rifletté anche nelle corrispondenze dei giornali italiani. Salvatore Aponte, inviato del «Corriere della Sera» da Mosca, tra il 1926 e il 1929, mostra chiaramente di propendere per Stalin e d’altronde la traduzione che nei suoi articoli egli fornisce per ben due volte del controverso «Testamento di Lenin» è schierata contro Trockij, e pare addirittura quella «autorizzata» o «suggerita» dai vertici del Pcr e dallo stesso Stalin. Aponte chiama Trockij senza mezzi termini «irrequieto israelita» - proponendo una istanza razziale cara al fascismo, con il fine di elogiare Stalin contrapposto a ebrei come Trockij e Zinoviev -. Stalin appare nelle corrispondenze «come colui che seppellisce l’estremismo comunista del ‘17», e nel cui entourage, comunque, «non ci sono ebrei».

È interessante quindi rileggere le sue corrispondenze, raccolte nel volume Salvatore Aponte. Il «Corriere» tra Stalin e Trockij. 1926-1929, edito dalla Fondazione del «Corriere della Sera» (pp. 600, euro 12). Non sono solo articoli di giornale, effimeri, ma diventano documenti storici: soprattutto se a illuminarne l’importanza provvede una prefazione filologica di Luciano Canfora (139 pagine, che costituiscono un volumetto nel volume). Quelle corrispondenze offrono al filologo barese l’assist per tornare sull’annosa questione del «Testamento di Lenin», un giallo intricatissimo che lo studioso ha già delineato, da ultimo in La storia falsa (2008).

Canfora indaga il documento e la sua dilazionata diffusione dentro e fuori i confini dell’Urss, sottolineandone le incongruenze stilistiche, ma anche quelle politiche che indurrebbero a pensare all’astuto stratagemma di Stalin di falsificare le parole del morente Lenin a proprio favore; con minimi interventi, ma abilissimi. Sicché se a Stalin Lenin rimproverava una certa «rozzezza» (un addebito caratteriale lieve, in verità), a Trockij invece - se le parole fossero davvero sue - addebitava non solo «troppa baldanza» ma addirittura un «non-bolscevismo» iniziale. Su questo dato Stalin giocherà le sue carte, e costringerà l’avversario politico - che nel frattempo provvede a diffondere oltre i confini le sue interpretazioni sul testo - a imbarazzanti smentite pubbliche e penose incoerenze, con ricostruzioni non univoche nel corso del tempo.

Il «Testamento» di Lenin fu «il sintomo più clamoroso della gravissima crisi in corso a Mosca» negli anni Venti, svelando già direttamente il rischio di una scissione nel Partito comunista sovietico. Elemento che non sfuggì a Gramsci: nel ‘26 il leader italiano rimproverò alla maggioranza russa (Stalin) di voler «stravincere» nel conflitto per la successione e avanzò il suo appello all’unione. Bisogna ammettere tuttavia che Stalin rivelò allora tutta la sua «cinica disinvoltura e una abilità politica senza pari». Trockij, invece, il 7 novembre 1927 tentò un putsch - che doveva avvenire nella manifestazione per i 10 anni della Rivoluzione - che fallì. Fu costretto all’espulsione dal partito e all’esilio.

Non ci dilungheremo a svelare la paziente e acuta decostruzione del testo e della sua storia, compiuta da Canfora. Riguardo al «Testamento» e ai fatti successivi, Aponte fu - sostiene Canfora - quello che forse aveva visto prima e meglio di tutti. Notò: Lenin «non vuole Stalin e al tempo stesso squalifica gli altri possibili eredi. È questa la maniera di far testamento?».

Di certo le corrispondenze di Aponte saranno citate anche nella famigerata lettera di Ruggero Grieco (il pugliese tra i leader del Partico comunista d’Italia), inviata a Terracini. Quella che Canfora ritiene falsificata. Quella che determinò la definitiva condanna di Gramsci al carcere e... alla morte.

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