Martedì 26 Marzo 2019 | 11:02

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Nelle cronache del dolore per la tragica fine del ragazzo di Bitetto, Luigi Pascazio, caduto in Afghanistan, risalta la parola del padre: “E’morto per la patria”. L’ha detto appena appresa la notizia, senza enfasi. È la sesta vittima pugliese. Uno dei 25 connazionali che ci hanno rimesso la vita in quelle remote lande deserte. Non ricordo un padre che pianga il figlio evocando il nome “patria”. Un padre meridionale. In un momento che registra freddezze e negligenze della politica intorno alla ricorrenza dei 150 anni di unità nazionale. Con la Lega Nord che per bocca del suo roseo ministro Calderoli si chiede smarrito “se questi sacrifici servono o meno a qualcosa”, povero pargoletto. Fatta l’Italia bisogna fare gl’italiani, sentenziava il vecchio D’Azeglio, al quale Cavour morente raccomandava nel suo abituale francese: “Pensez aux napolitains!”. Preoccupatevi dei meridionali. 

Poveracci, bisognava convertirli all’Italia, dopo i secoli borbonici. Ironia della storia: ora è il Nord che bisogna convertire all’Italia, al tricolore negato. Non riesco a vedere un padre leghista che dica del figlio “è morto per la patria”. Già è difficile a tutti trovare una ragione che dia un senso al sacrificio di una vita, in quel conflitto chiamato missione di pace, evitando accuratamente la parola guerra. Una guerra che del resto c’era già da una ventina d’anni. Dove i talebani avevano debellato inglesi, russi, e ora messo alle corde gli americani e Obama che non vede l’ora di staccare la spina in quel crocevia di fondamentalismi islamici, governato da un leader traballante e corrotto. 

Eppure sappiamo cosa avverrebbe dopo, se la Nato si ritirasse, lasciando un popolo allo sbando, tra vendette, carestie, terrore, in un’area geopolitica nevralgica per la coesistenza mondiale. Difficile pronunciare la parola patria in mezzo al grandinare incessante di morti annunciate. La maggioranza degli italiani stenta ad accettarlo come un contributo doveroso alla pace, in un contesto internazionale che cerca di mascherare la sua voglia di lavarsene le mani. Quella parola detta dal padre di Luigi rischia di lasciare u n’eco scandalosa alle orecchie di molti. Obbliga a ripensare il valore desueto di patria nell’ora del dolore privato che diventa ritualmente pubblico, solenne. 

Appartengo a una generazione che ha attraversato il fascismo e la guerra nell’età adolescente, fragile, immatura. Alle elementari appuntavamo bandierine sulla carta dell’Etiopia via via che i nostri avanzavano verso i trionfi di Addis Abeba. “L’impero tornava a splendere sui colli fatali di Roma”. Quando mio zio Martino, volontario e disoccupato, tornò dall’Africa mi raccontò come avevano stanato la resistenza indigena con i gas asfissianti, la nuova arma chimica. Ai primi di settembre del 1943 gli alleati sbarcarono a Taranto. Mi trovavo sulla strada che da Martina Franca porta a Locorotondo quando comparve sulla discesa la prima camionetta scoperta. Pochi minuti prima era partita l’ultima colonna tedesca verso Noci e Santeramo dove avvennero i primi scontri a fuoco. Salendo sul camion un grosso tedesco dai calzoni corti di cuoio ci gridò “Shaffen” che significa pecore. La camionetta alleata si fermò poco dopo in quel punto. Sul cruscotto, al posto di guida c’era una foto con una giovane donna che teneva in braccio un piccoletto. 

Mi sono chiesto più volte che idea di patria avesse in testa quel soldato che aveva lasciato i suoi cari per venire a combattere in un altro continente. Io allora non ne avevo una, neanche mezza. L’esercito sbandato. Il re in fuga. Badoglio a Brindisi. Più tardi scoprii la cultura del meridionalismo che contestava il modo come eravamo arrivati all’unità nazionale. Guido Dorso parlava di “conquista piemontese”. Lucarelli di brigantaggio. De Viti De Marco, Salvemini, Fiore di tradimenti politici. Ma erano andati a combattere sul Carso alla prima guerra mondiale. Come i nostri contadini analfabeti che ignoravano dove fossero Trieste e Trento. Contestavano il potere ma erano italiani. Lottavano politicamente per u n’Italia diversa ma credevano nell’Italia unita. Serbavano nell’anima un’idea di patria e nel cuore un sentimento nazionale.

Ora a me sembra di poter dire che il padre del ragazzo pugliese caduto in Afghanistan abbia dentro un senso di patria che somiglia a quello del soldato americano sbarcato in Puglia nel ’43, in un continente sconosciuto, con una vaga idea di pace o di libertà che da noi stenta a farsi strada quando ci mandano lontano in missione di pace. Un’idea che somiglia anche a quella dei nostri maestri meridionalisti che seppero distinguere il valore patria in mezzo alle contraddizioni della storia e alle ingiustizie dei governi.

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