Martedì 26 Marzo 2019 | 23:29

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Ma solo più informazione smaschera la corruzione

di Giuseppe De Tomaso
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La più bella risposta di scuola liberale la diede Thomas Jefferson (1743-1826), scienziato, intellettuale e terzo presidente degli Stati Uniti. Un giorno, un intervistatore gli chiese cosa avrebbe eliminato, tra governo e stampa, se si fosse trovato nella condizione di dover sopprimere uno dei due poteri. «Abolirei il governo - rispose l’inquilino della Casa Bianca - perché le società liberali non si fondano solo sul bilanciamento degli organi costituzionali, e neppure dipendono dal confronto tra maggioranza e opposizione. Le società liberali si basano innanzitutto sulle garanzie per una libera informazione. Meglio eccedere nella libertà di stampa che ridurne i margini di manovra».
Insomma. Sulla falsariga delle parole jeffersoniane, più la stampa è libera, più una comunità è libera. Tutte le iniziative legislative tese a imbrigliare l’attività dei giornalisti dovrebbero essere soppesate con estrema diligenza e, se necessario, fermate prima di essere poste in cantiere. Certo, il mondo dell’informazione non è il paradiso terrestre, né è abitato da angeli. A volte, pressappochismo e malafede devastano la reputazione dei singoli: potenti e gente comune. Ma per sanzionare i reati commessi da quanti non si preoccupano di massacrare con disinvoltura l’immagine di chi non ha nulla a che fare con le inchieste in corso, o di chi si ritrova coinvolto in vicende delicate per fatti penalmente irrilevanti, c’è già la legge. E’ sufficiente applicarla. Si può rendere ancora più pesante la normativa. Si possono stabilire pene ancora più dissuasive verso chi - tra i magistrati e giornalisti - dovesse sottovalutare l’onorabilità, la rispettabilità di uomini e donne (a proposito: ordine giudiziario e settore informativo hanno in comune il potere di intervenire sulla reputazione degli individui, per questo dovrebbero muoversi sempre con estrema cautela), ma ciò non giustifica la sostanziale abolizione della cronaca giudiziaria. Perché di questo si tratta. Se dovesse arrivare in porto - come pare che arriverà - il cosiddetto ddl intercettazioni, più noto come legge bavaglio, nessun giornale potrebbe informare lettori e opinione pubblica sulle indagini in corso, visto che il diritto all’informazione scatterebbe solo a processo iniziato. Il che, per certi versi, oltre a privare i cittadini comuni di un prezioso bene (sapere delle iniziative di investigatori e procuratori) potrebbe mettere gli stessi potenti sotto inchiesta nella condizione di ignorare (a causa del black-out imposto a giornali e tv) le accuse su cui potrebbero essere chiamati a rispondere nei mesi a seguire.
Inutile dire dei danni e rallentamenti che colpirebbero le iniziative giudiziarie contro la criminalità mafiosa. Perché se è vero che il giro di vite nelle intercettazioni risparmierebbe (relativamente) le indagini sui boss, è altrettanto vero che molte indagini esplosive, oggi, scattano per puro caso, mentre si indaga su altre vicende o si seguono altre piste. Non è colpa di nessuno se, a volte, l’attività delle procure ricalca la navigazione di Cristoforo Colombo (1451-1506), che partì per le Indie, ma si ritrovò a scoprire l’America. Perché impedirlo se i fatti su cui per caso si è indagato meritavano, poi, di essere accertati?
Ma c’è un altro elemento che rende incomprensibile l’ostinazione del governo nel voler limitare il diritto di cronaca: se il ddl ottenesse il via libera definitivo da parte del Parlamento, si complicherebbero gli sforzi per combattere la corruzione. La situazione sarebbe più paradossale della nomina di un ministro greco al vertice della Banca centrale europea: da un lato il governo (i risultati del ministro Roberto Maroni sono inequivocabili) intensifica gli sforzi contro criminalità organizzata e fenomeni corruttivi; dall’altro lato il medesimo governo vara provvedimenti che bloccherebbero come un freno a mano l’azione di contrasto nei confronti dell’illegalità.
Si obietta: spesso vengono pubblicati atti giudiziari coperti dal segreto. Ok. Ma che c’entrano i giornali, che colpa hanno i giornalisti? Una maximulta per gli editori? Vogliamo scherzare? Semmai si sanzionino gli uffici che non sono riusciti a salvaguardare la riservatezza dei fascicoli. Un conto è tutelare coloro che vengono «svergognati», sugli organi di informazione, da rivelazioni che a volte si rivelano più evanescenti di una lezione sul sesso degli angeli, un conto è smontare un principio essenziale della democrazia, qual è il diritto di conoscere e di essere informati, anche attraverso le azioni della magistratura. Non rimane che sperare nel buon senso. Un’informazione libera, senza lacci e lacciuoli, è interesse di tutti. Anche della classe dirigente.
giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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