Martedì 26 Marzo 2019 | 23:44

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Berlusconi e Casini né guerra e né pace

di Giuseppe De Tomaso
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Due alleati sono pochi, tre sono troppi. La storia politica di Silvio Berlusconi non si è mai discostata da questo paradosso. In principio, nel 1994, fu Umberto Bossi a tirare al Cavaliere più calci di un puledro impazzito. Poi fu la volta dell’Udc di Pierferdinando Casini e Marco Follini. Oggi è la scena di Gianfranco Fini. Giammai i soci fondatori del centrodestra hanno sposato la direttiva «tutti per uno e uno per tutti», mai si sono ritrovati a parlare un analogo linguaggio, pur facendo parte della stessa coalizione e accettando la guida carismatica da parte del leader. A turno si sono allontanati, fino al divorzio ufficiale, dal Fondatore dell’Alleanza, salvo riappacificarsi qualche tempo dopo, o passare dal gelo al disgelo. Periodicamente i tre partner tradizionali del premier si sono scambiati i ruoli di alleato fedele, alleato tiepido e alleato ostile.
La separazione più burrascosa si verificò sedici anni addietro. Ebbe per protagonista Umberto il Padano. Volarono gli insulti e gli stracci. Oggi, però, la Lega è la guardia pretoriana del presidente del Consiglio. Dal 2001 fu Casini a sottolineare più le divergenze che le convergenze che lo univano al capo dello schieramento. Tanto che già nel secondo governo di Berlusconi, i rapporti tra Palazzo Chigi e Udc apparvero sùbito più controversi di quelli attuali tra Re Silvio e l’(ex) allenatore milanista Leonardo. Adesso è Fini la spina nel fianco di Berlusconi, mentre, a detta dei retroscenisti più informati, il timoniere del Pdl ha varato una pressante strategia dell’attenzione nei confronti dell’Udc che dovrebbe sfociare, nei piani del suo ideatore, nel definitivo rientro di Casini nell’orbita governativa, con l’evidente retropensiero di mitigare l’azione e le pretese del presidente della Camera. E, si sa che, come seduttore, Berlusconi miete ancora più successi che come imprenditore.
Ma cosa risponderà Casini all’avvolgente corte berlusconiana che, ovviamente, non piace a Bossi, detentore della golden share del governo? Certo, sono lontani i tempi di quando Berlusconi vedeva nel giovane leader postdemocristiano il candidato naturale alla sua successione, tanto da avergli offerto in un paio di occasioni la guida di Forza Italia. Ma, indubbiamente, le relazioni tra Pier e Silvio non sono così glaciali come qualche mese addietro. Complici i risultati delle Regionali, che non hanno premiato i patti tra Pd e Udc, il Cavaliere sa che l’alleanza elettorale tra Casini e il centrosinistra è tutt’altro che irreversibile, ergo potrebbe lavorare per il ritorno dei centristi nella tenda del centrodestra.
Dopo aver tentato più volte di disarcionarlo, Casini si è reso conto che, politicamente parlando, Berlusconi sembra più longevo della regina Elisabetta d’Inghilterra. Di qui, la correzione della linea Udc, che, sull’onda della crisi economica e delle inchieste giudiziarie eccellenti, è passata dall’idea di un comitato di liberazione da Berlusconi alla proposta di un governo di unità nazionale guidato dall’attuale presidente del Consiglio. Il Cavaliere ha compreso il messaggio di armistizio, ma la prospettiva di rompere l’attuale assetto di governo per costruire una sorta di Cln di salvezza economica deve apparirgli più insostenibile della prima richiesta di sostegno post-matrimoniale presentatagli dalla signora Veronica Lario. Della serie: nisba, non se ne parla neppure.
Sì, perché l’ipotesi di un governissimo per il risanamento dei conti pubblici e per le riforme dell’economia si fonda sulla premessa dell’apertura ufficiale di una crisi di governo. Ma il presidente del Consiglio ha imparato che le crisi politiche si sa come iniziano, e non si sa come finiscono. Possono cominciare con un candidato premier più solido di un carrarmato, ma possono concludersi con una soluzione (un outsider a Palazzo Chigi) più inattesa e inverosimile di un colpo di fulmine tra Marco Travaglio e Michela Brambilla. Meglio non rischiare, dunque, pensa il primo ministro. Anche perché la lista di quanti vorrebbero fare lo sgambetto al Cav non è proprio un fogliettino di poche righe. Allora: o Casini accetta di avvicinarsi al governo senza porre condizioni, o congeliamo tutto.
Ma, pur disponendo Berlusconi di una maggioranza parlamentare assai robusta, la situazione politica può generare più sorprese di un prestigiatore. Non è un mistero che il Cavaliere vorrebbe accelerare il ritorno alle urne, per ridare nuovo slancio al governo e ridimensionare Fini e i finiani. Ma il fattore crisi economica potrebbe rallentare il suo piano per l’anticipo delle votazioni. Non solo. Se Fini e i suoi alle prossime politiche stabilissero un percorso con i centristi di Casini e con i cespugli rutelliani, potrebbe anche succedere che la nuova formazione riesca a oltrepassare al Senato la soglia di sbarramento dell’8%, il che creerebbe più di un problema al Pdl, che oggi a Palazzo Madama deve vedersela solo con il Pd e i dipietristi, dato che l’Udc dispone di pochissimi senatori, avendo superato soltanto in Sicilia la quota di accesso.
Insomma. Berlusconi (ma il discorso può valere, nel rispetto della reciprocità, anche per Casini) si trova nella stessa condizione del poeta latino Catullo (87-57 avanti Cristo) che si prendeva e si lasciava con Lesbia (94-45 a. C.) dieci volte al mese: «Né con te, né contro di te, posso vivere».

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