Martedì 19 Marzo 2019 | 15:57

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Lo stupendo inganno di Jacopo Bassano

di Clara Gelao
di Clara Gelao

Se è vero che il Veneto, grazie al passato glorioso e culturalmente unico che può vantare, è terra tanto ricca di pittori - e di pittori di così alto livello - da avere pochi confronti in Italia, è anche vero che questa regione sa promuoverne con bravura e forte senso d’identità la conoscenza: così, chiusa ormai la mostra dedicata a Giorgione, e avviata verso la conclusione la mostra su Cima da Conegliano (che avrà termine il 6 giugno prossimo), a tenere alta l’attenzione degli appassionati di pittura veneta è l’esposizione che la città di Bassano del Grappa dedica al suo maggiore artista, Jacopo dal Ponte, detto Jacopo Bassano, in occasione dei 500 anni dalla nascita.
A dir vero, il grande pittore bassanese era stato già celebrato alcuni anni fa, nel 1992, da una più impegnativa esposizione, a cura di Beverly Louise Brown e Paola Marini, svoltasi anch’essa a Bassano: una data non lontanissima, che forse rende non proprio indispensabile l’esposizione attuale, assai più contenuta, la quale ha comunque il merito di svelare ai più giovani (o a chi non ha avuto la possibilità di visitare la mostra del ’92) un artista la cui notorietà è sicuramente ancor oggi inferiore alla sua importanza e i cui demeriti per la critica antica (pensiamo a un De Brosses, che scriveva nel 1739 e che lo accusava snobisticamente di essere abile solo nel «trattare di fiere, di stalle, di cucine e di cose di campagna», e non di storia e santi) sono oggi divenuti, al contrario, elementi di estrema modernità, antesignani, per certi versi, di un interesse alla realtà e ai soggetti quotidiani che porta dritto a Caravaggio.
Un altro merito della mostra in corso a Bassano è quello di esporre alcuni dipinti mai visti in Italia: ad esempio il «San Cristoforo» del Museo Nacional de L’Avana, in verità bisognoso di un’urgente pulitura, o lo strepitoso ritratto dei «Due cani legati al tronco di un albero» proveniente dal Louvre, e altri dipinti, talvolta di altissima qualità, prestati da collezionisti privati e posti a confronto con la nutrita collezione di opere del Bassano in possesso del museo, o il magnifico disegno con «Giovane uomo seduto», recentemente attribuitogli dal Ballarin, anch’esso proveniente dal Louvre.
Per i risultati raggiunti, Jacopo da Bassano è insomma degno di stare alla pari con pittori assai più noti come il Veronese o il Tintoretto, ma ciò che veramente lo differenzia dagli altri (da Tintoretto e da Tiziano soprattutto, del quale ultimo fu per poco discepolo) è la capacità, che egli dispiega al meglio negli anni della sua maturità, di accostare con un accento fortemente personale la tendenza a «contraffare» il vero e a concentrare la sua attenzione su episodi apparentemente marginali al tema trattato - una tendenza che egli eredita dalla vocazione naturalistica lombarda - all’intellettualismo e all’astrazione tipici del manierismo cui egli aderisce senza riserve.
Jacopo Bassano è l’esponente più importante e conosciuto di una nutrita famiglia di pittori, che annovera il padre Francesco, figlio di un conciatore di pelli, formatosi alla scuola di un allievo del vicentino Bartolomeo Montagna, tal Giovanni Speranza. Fu Francesco, pittore in verità piuttosto mediocre ma titolare di un’impresa familiare di successo, dedita alla produzione di dipinti ma anche di oggetti artigianali o comunque connessi alla pittura e alla carpenteria, ad avvalersi per primo dell’opera del figlio Jacopo e ad accorgersi che questi maneggiava i pennelli con esiti così brillanti da non reggere il paragone con quelli da lui stesso raggiunti.
Era così avviata la carriera artistica di Jacopo, mandato a studiare a Venezia dove, oltre quella di Tiziano, frequentò la bottega di Bonifacio de’ Pitati. Il genio di famiglia seguì in seguito ben altro percorso, più sperimentale che lineare, rispetto al padre: un percorso che lo portò ad una progressiva maturazione stilistica e all’apertura alle istanze più aggiornate della pittura manierista veneta, nonché ad un’inedita attenzione al Parmigianino e al Moretto.
La dinastia dei Bassano continuò poi, senza soluzione di continuità, con i figli di Jacopo, Francesco, Leandro e Girolamo: pittori non disprezzabili che collaborarono col padre e ne ereditarono stile e bottega.
La mostra permette di seguire le diverse fasi del tormentato percorso stilistico di Jacopo, a cominciare dalla prima, del terzo decennio del Cinquecento, caratterizzata da un’affascinante naïveté ed esemplificata dalla celebre «Fuga in Egitto», del 1534, un soggetto più volte replicato dall’artista, dove alle citazioni da Tiziano e da Bonifacio si sovrappone un’atmosfera incantata e cristallina che sembra solidificare le forme e i colori; o dalla «Madonna con il Bambino tra Santi, con il podestà Matteo Soranzo col fratello Francesco e la figlia Lucia», del 1536, in cui quest’ultima è un’indimenticabile bambina in abituccio a righe che, indifferente a ciò che le accade intorno, giocherella col suo cane.
Ma un punto forte della mostra è rappresentato dalla esposizione della «Cacciata dei mercanti dal tempio», cronologicamente di poco anteriore, un dipinto comparso per la prima volta in un’asta londinese del 2008, ora in proprietà privata e qui esposto per la prima volta dopo il restauro. Come spesso in Bassano, l’episodio evangelico è pretesto per mettere in scena, in primo piano, inusitasti protagonisti: tori, capre e un’umanità umile e laboriosa sconosciuta alla pittura veneta contemporanea.
La maturità dell’artista è rappresentata in mostra da una serie di splendidi dipinti i cui soggetti prevalenti sono le Natività e le Adorazioni dei pastori o dei Magi: temi sacri comuni che il Bassano riesce a trasfigurare con i suoi accordi cromatici di rosa, verde, amaranto, senape e soprattutto con l’uso di un verde brillante tipicamente e inconfondibilmente suo, e con quelle figure inginocchiate e semiprone, con le spalle rivolte al riguardante e le suole, o addirittura le piante callose dei piedi, ben in vista: un espediente «scandaloso» condiviso col grande Caravaggio.
In mostra è anche, tra gli altri, uno dei dipinti bassaneschi dell’«ultima maniera», da sempre fra i più ammirati, che, già nella chiesetta di Santa Maria delle Grazie, è in seguito pervenuto nel Museo civico di Bassano: il «San Valentino che battezza santa Lucilla», risalente a circa il 1575. Se non vi fossero altri motivi per andare a Bassano, questo dipinto li vale tutti. In esso infatti, nonostante alcune manchevolezze dovute all’intervento del figlio Francesco, si rivelano al massimo livello le due straordinarie doti coloristiche ed è possibile apprezzare uno dei bianchi più abbaglianti della storia della pittura veneta nel gonnone in raso della santa, inginocchiata di tre quarti dinanzi a san Valentino che da una conca le versa sul capo l’acqua lustrale: quel «drappo nero che parea bianco», che sembra virare dinanzi ai nostri occhi dal bianco all’argento, ammirato da uno che di colori certo s’intendeva, Giambattista Tiepolo, che ne parla in una lettera al figlio Francesco riferitaci dal Roberti nel 1777.
Miracoli della pittura e dell’illusione.

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