Domenica 24 Marzo 2019 | 06:01

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Una sfida destinata a finire nelle urne

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Se fosse dipeso da lui, Gianfranco Fini avrebbe prestato ascolto al consiglio eterno del grande Giulio Cesare (100-44 avanti Cristo) secondo cui è meglio essere primo nelle Gallie che secondo a Roma. Ma quando il Cavaliere annunciò la cosiddetta svolta del predellino - vale a dire la fusione tra Forza Italia e An per dar vita al Popolo della Libertà -, lo stato maggiore di Alleanza Nazionale tifava in gran parte, già da tempo, più per il Cavaliere che per l’erede di Giorgio Almirante (1914-1988). A Fini non rimase che abbozzare, suo malgrado, all’offerta di Berlusconi che, come tutte le mega-offerte degne di questo nome, era più allettante di una crociera insieme con le più fascinose dive di Hollywood.Cominciò quella sera, il 18 novembre 2007, in piazza San Babila a Milano, con il preavviso di scioglimento dei due principali partiti della Casa della Libertà, il disagio che porterà Fini a sfidare apertamente colui che nel 1993 lo aveva tirato fuori dal freezer in cui erano congelati voti e uomini della destra missina. Fini sapeva che già nei partiti normali, cioè non carismatici, i poteri del capo non sono una finzione (del resto, anche nel Msi-An il segretario decideva e disfaceva a modo suo), figuriamoci in una formazione come quella pensata, ideata e portata al successo da un signore di nome Silvio Berlusconi. Iniziò quella sera il lungo disamore di Fini verso la nuova creatura. Un disamore che lo avrebbe portato a distinguersi dal Fondatore del Pdl un giorno sì e l’altro pure.
Oggi, i duellanti si ritroveranno per il chiarimento finale. Fini non vuole mollare il Pdl, non foss’altro perché le scissioni non giovano mai ai loro promotori. In secondo luogo, il mestiere del politico somiglia a quello del prete: «Nulla salus extra ecclesiam» (Non c’è salvezza al di fuori della Chiesa). Traduzione: chi lascia un partito, quasi sempre si ritrova nella condizione del religioso spretato. Nessuna autorità. Poca autorevolezza. Sèguito ultradimezzato. Berlusconi lo sa. E non vede l’ora che il suo contestatore tolga il disturbo. Fini sa che il Cavaliere festeggerebbe a champagne se la sua corrente anti-berlusconiana abbandonasse il partito, perciò frena gli ardori dei suoi pasdaran. Ma Berlusconi non rinuncia all’auspicio che Fini se ne vada. Di qui le accuse a chi sogna la rinascita delle correnti, paragonate alle metastasi generate dai tumori.
In breve. Il premier vuole mettere Fini nelle condizioni di divorziare definitivamente dal Pdl. Preferirebbe farsi bruciare una mano, il Cav, piuttosto che affrontare in aula le imboscate dei malpancisti, che quando sorgono o pullulano le correnti, diventano più ricorrenti dei capricci di Mario Balotelli.
Comunque vada a finire la sfida di oggi in direzione, l’epilogo sembra scritto: elezioni anticipate. Berlusconi non si darà pace fino a quando saprà che Fini dirige i lavori di Montecitorio. Solo Bossi potrebbe frenare la libidine elettorale di Palazzo Chigi, visto che alla Lega stanno a cuore innanzitutto i decreti attuativi del federalismo fiscale.
Ma non è solo la «spina Fini» a spingere il Fondatore verso il ritorno alle urne, in modo tale che la terza carica dello Stato possa essere assegnata, nei progetti berlusconiani, a una personalità più affidabile. A spingere il timoniere del centrodestra al voto anzitempo contribuisce anche il proposito di sfidare il centrosinistra in una fase favorevole per il Pdl. Ma c’è, ancora, un altro elemento che gioca a favore dell’impegno berlusconiano per lo scioglimento delle Camere: la strategia dell’inquilino di Palazzo Chigi per trasferirsi al Quirinale.
Napolitano lascerà il Colle nel maggio 2013. Il suo successore verrà scelto da senatori e deputati della prossima legislatura, il cui battesimo è fissato a marzo-aprile 2013. Meglio assicurarsi sùbito, pensa Berlusconi, la maggioranza parlamentare indispensabile per il successo dell’iniziativa. Meglio assicurarsela con l’attuale sistema di voto che, a differenza del modello che potrebbe emergere da una fase di riforme, favorisce l’elezione di parlamentari devoti ai loro designatori.
Conclusione. Non è solo il caso Fini a suggerire a Berlusconi di accelerare il cammino verso il voto nell’autunno 2010 o nella primavera 2011. Ma il caso Fini potrebbe fornirgli l’argomento ad hoc per convincere anche i più riottosi del centrodestra che la fine dell’attuale legislatura giova alla causa del centrodestra e del suo Principale.

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