Martedì 26 Marzo 2019 | 17:05

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Rischio Babele se il Pd si fa in 20

di Vittorio Stamerra
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Personalmente sono convinto che Romano Prodi sia uno di quei personaggi adatti ad essere esclusivamente uomo delle istituzioni. Con la politica, intesa per dirla alla Machiavelli come “arte del possibile”, lui c’entra poco e niente. Ogni volta che ci si è cimentato, sono spuntati i guai. E’ vero, è stato l’unico candidato premier che sia riuscito a sconfiggere Silvio Berlusconi, ma è anche quello che dietro di sé ha lasciato lacerazioni nello schieramento (il centrosinistra, con o senza trattino poco importa) che lo ha sostenuto. E poi, dicono, è pure rancoroso, con la memoria di elefante. Un torto subìto lo ricorda per tutta la vita. 

Eppure il suo dna trasuda di origini democristiane, l’unico partito della storia italiana nel quale sono riusciti a convivere, e a stare ininterrottamente al governo per una quarantina d’anni, orientamenti ideologici (e programmi) talmente diversi che in qualsiasi altra parte del mondo sarebbe stato impossibile. Proprio questa sua connotazione genetica dovrebbe consentire a Prodi di collocarsi “a disposizione”. Cioè conservato gelosamente tra i gioielli della Repubblica, quelli che si utilizzano nelle istituzioni quando occorre fare bella figura. 

Penso ad incarichi internazionali (per altro è bravo anche nelle lingue straniere), oppure candidato alle più alte cariche dello Stato. Un po’ come fu nel passato per Cesare Merzagora, Guido Carli o Carlo Azeglio Ciampi, oppure gli Amato i Draghi di oggi. Insomma un uomo delle istituzioni che è cosa ben diversa da un uomo della politica. Le due cose possono anche coincidere, e qualche volta hanno coinciso, ma può anche non accadere senza che ciò significhi in assoluto un disvalore. 

Questa riflessione mi è venuta di fronte al contributo che Romano Prodi ha voluto offrire nei giorni scorsi per indicare al Pd una strada che consenta al partito di Bersani di uscire dalla impasse nella quale è precipitato dopo la sconfitta alle recenti elezioni regionali. A parte che se solo qualche migliaio di voti in più avessero consentito al centrosinistra di vincere nel Lazio e nel Piemonte, non so se i giudizi sarebbero stati altrettanto impietosi, ma siamo veramente convinti che per risolvere alla radice i problemi di un partito, che proprio Prodi ha contribuito in maniera determinante a ridurre nelle attuali condizioni, basti scimmiottare la Lega? Possibile che Prodi non si renda ancora conto che la crisi del Pd sia esclusivamente da attribuirsi alla mancanza di un’anima, di una identità precisa che lo collochi senza tentennamenti e alchimie dialettiche nel suo alveo naturale, che è quello di una sinistra democratica e riformista? 

E’ da anni che questo partito non sa più parlare al suo popolo, lasciandolo disorientato nelle mani di ogni tipo di incursione, da quelle inconcludenti e protestataria di Di Pietro, a quelle culturalmente “plebee”della Lega. O, bene che vada, allontanandolo dalle urne con un tale livello di astensione da farne il primo partito d’Italia. Altro che limiti organizzativi, incapacità di comunicare con la gente di fronte al fenomeno mediatico del Cavaliere! Anzi per spiegare le ragioni delle sconfitte del Pd, va riconosciuto che il vero problema del partito di Bersani è proprio quello di aver ricercato attraverso le più disparate formule organizzative di sopperire all’assenza di una identità politica che, soprattutto per il sostanziale prevalere di una logica bipolare, consentisse agli elettori però una chiarezza nelle scelte. Il bipolarismo non è solo un pallottoliere, è anche valori e principi che devono essere visibili e coerenti. 

Prodi questa lezione avrebbe dovuta capirla da anni, soprattutto dopo la disastrosa esperienza dell’ultimo governo di centrosinistra. Così il Professore, invece di cercare una motivazione ideale alta, che metta d’accordo tutto il suo rissoso partito, e un progetto forte da proporre agli italiani che sia alternativo a quello sinora vincente del Popolo della Libertà, tira fuori (richiesta?) l’ennesima formuletta organizzativa. Ve l’immaginate quale credibile sintesi finale possa scaturire da un partito, una specie di associazione di regioni, dove Calabria e Veneto, Puglia e Trentino o Campania e Lombardia, tanto per fare un esempio, siano costrette a stare insieme? Presidente, dia retta ad un suo estimatore della prima ora (ricorda le nostre conversazioni salentine?), molto meglio essere “a disposizione”, che rischiare l’ennesima Babele.

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