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Alla Lega le banche al Sud i buchi

di Giuseppe Giacovazzo
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Ormai siamo all’ipse dixit. Lui ha parlato, nessuno contro. Fino a qualche anno fa erano soltanto “sparate” gradasse le pretese di Bossi. Ora sono diktat, macigni. Voleva due regioni del Nord e le ha prese. Nessuno tocchi il Porcellum: la legge elettorale non si cambia, con buona pace di Fini. Questione di tre anni: Berlusconi al Quirinale, un leghista a Palazzo Chigi.
Ha già dato sfratto alla Moratti: sarà lui il prossimo sindaco di Milano? Poi l’ultima: “Ci prenderemo le banche del Nord, la gente ce lo chiede e noi lo faremo”.
Avete sentito volare una mosca nella maggioranza? Neanche un alito di vento. Ma non si tratta solo di una questione padana. Non sono soltanto fatti loro. Ci riguardano eccome. Le grosse banche dove Bossi vuol mettere i suoi al comando sono Intesa San Paolo e Unicredit. La prima si è già pappato il Banco di Napoli. L’altro ha messo le mani sul Banco di Sicilia. I due maggiori istituti di credito del Mezzogiorno (c’era una volta). Ed è risaputo che il Banco di Napoli fu fatto fallire connivente la Banca d’Italia, governata allora dal famigerato Fazio che spalancò la porta alle voglie cisalpine. Al Nord i risparmi del Sud, al Sud i buchi. Non sono fatti loro. Sono anche fatti nostri. E misfatti.
C’era una storica banca locale in fondo al Salento. La banca dei contadini. Ora si chiama Banca Sella, con sede in Piemonte. Dove la recente scalata della Lega alla regione ha prodotto un effetto lampante: alla guida di Intesa San Paolo impone il nome dell’ex ministro torinese Siniscalco vicinissimo a Tremonti, padrone e duce della politica economica di cui Bossi è il megafono ventriloquo.
Altro che federalismo solidale. Stanno consegnando all’arrembaggio nordista il capitalismo italiano e quel che resta della grande finanza. Ricordate le baruffe per la telefonata di Fassino al capo dell’Unipol quando osò chiedergli: “Allora abbiamo una banca?”. Così commentava la notizia della scalata alla Bnl (presto abortita). Uno scandalo gridato fino alle stelle. Tutta la destra insorta contro l’ennesimo inciucio dalemiano. E adesso? Acqua in bocca. Fini ce l’ha con Bossi. Ma più con Berlusconi che lascia le redini in mano alla Lega. Il Cavaliere il corpo, Tremonti l’anima. Al Cavaliere il consenso, a Tremonti il timone.
Il ministro del Tesoro aveva già creato una banca del Nord come piaceva a Bossi: “Una banca padana e dei padani per le nostre imprese e per le nostre famiglie”. Ma Credieuronord fu un gran fiasco. Nata per dar soldi agli amici, aprì appena tre sportelli, e al terzo anno fu costretta a chiudere lestamente dopo un’ispezione disastrosa e una voragine di debiti. Oggi scoprono che è molto più comodo servirsi di quello che passa il convento piazzando nei colossi bancari del Nord manager servitori obbedienti alla causa del Senatur sempre più gelido e deciso con quel suo sguardo fisso, impenetrabile, privo di mimica facciale.
Ora la nuova strategia leghista mira chiaramente a stravolgere la funzione stessa delle fondazioni bancarie, partorite da quel cervellone di Giuliano Amato allo scopo di sottrarre le banche al sistema abusato della lottizzazione politica e metterle sul mercato aperto ai privati, evitando enormi sofferenze e perdite a carico di Pantalone. Sono poi entrate nel capitale azionario province, comuni, regioni. Ma rimane comunque uno status migliore del sottogoverno famelico dei partiti.
Ora Bossi ci riporta indietro di un decennio, al tempo in cui si decidevano dall’alto dei palazzi romani le nomine al vertice dei colossi bancari. Bossi detta la linea della politica creditizia gestita fedelmente da Tremonti. Questo il nuovo vento del Nord. Reso agibile grazie al fragoroso silenzio della classe politica meridionale divisa in due opposti schieramenti compatti: i compari e gli arresi. Gli uni e gli altri cresciuti in parallelo con l’ultimo verdetto elettorale che appalta alla destra il Mezzogiorno d’Italia.

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