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Non c’era nessun meridionale, lunedì scorso, nella reggia di Arcore, dove gli stati maggiori di Pdl e Lega avrebbero fissato l’agenda delle riforme da varare entro il 2013. Il che dimostra una verità più chiara del sole: anche sul piano della forma e delle formule, dei riti e dei caminetti vari, che scandiscono le ipocrisie temporali della politica, il Mezzogiorno conta ancora meno di quanto contava (già poco) quando, sotto la Prima Repubblica, esprimeva una dozzina di ministri a governo.

Le cronache del vertice a villa Berlusconi si sono divise in due filoni. Chi dà più importanza ai contenuti, assicura che nei prossimi mesi il cammino del federalismo fiscale andrà più veloce di un Eurostar. 
Chi, invece, attribuisce più peso alle ambizioni degli uomini, ritiene che nella residenza brianzola del premier sia andata in scena una sorta di mini Yalta padana, con tanto di divisione degli incarichi futuri all’interno del centrodestra. In sintesi: secondo i programmi di Pdl e Lega, nel 2013 il Cavaliere dovrebbe approdare al Quirinale mentre Giulio Tremonti dovrebbe planare su Palazzo Chigi.

Ai due capi della coalizione, Berlusconi e Bossi, questo schema piace più di un gelato nel deserto. Il presidente del Consiglio coronerebbe la sua carriera al massimo livello. Il leader del Carroccio vedrebbe insediato a Palazzo Chigi un personaggio formalmente pidiellino, ma sostanzialmente leghista, come ha confermato la recente campagna elettorale per le regionali che ha visto il Divo Giulio costantemente al fianco dell’amico Umberto. Oltre che dall’avanzata elettorale di Bossi, l’ipotesi di Tremonti alla guida del governo è corroborata dal fatto che oggi il partito di Berlusconi non dispone di un berlusconiano-berlusconiano in grado di mirare al medesimo traguardo. Quanto agli altri possibili concorrenti pidiellini, chi più chi meno hanno fatto di tutto per perdere la benevolenza del Capo. Gianfranco Fini non ne perdona una al titolare della ditta di cui è cofondatore. Roberto Formigoni rimane, tutto sommato, un maggiorente regionale, non nazionale. Il ministro Angelino Alfano è troppo giovane per ambire a tanto. Il sottosegretario Gianni Letta ha qualche mese in più (fattore età) di Berlusconi. L’ex ministro Beppe Pisanu è fuori gioco. Insomma, il combinato disposto tra la Lega e i passi falsi dei rivali di Tremonti hanno fatto sì che oggi il ministro dell’economia sia una specie di predestinato per l’eredità dello scettro di Re Silvio.

Ma l’operazione Giulio for premier è insieme facile e difficile. Facile perché solo l’uscita di scena di Bossi, principale artefice dell’operazione, potrebbe pregiudicare l’ascesa del ministro-tributarista. Difficile perché solo il varo dei decreti attuativi del federalismo fiscale renderebbe automatica la promozione del prescelto. Ma il federalismo fiscale non è un pasto gratis. Non solo. Nessuno sa quanto verrebbe a costare la riforma. E siccome Tremonti ha imboccato la linea del rigore dei conti pubblici come l’unica via in grado di portare il Paese fuori dalla crisi, non si capirebbe un suo ribaltamento di posizione, sia pure al fine di accontentare il suo mega-sponsor padano. Che direbbero i colleghi europei del super-ministro?

Allora. Scommettiamo che Tremonti presto si troverà di fronte a un bivio: se troverà i soldi per il federalismo fiscale nessuno potrà bloccare la sua prenotazione per il delfinato politico di Berlusconi; se, invece, non troverà i quattrini per il disegno di Bossi, il piano per Palazzo Chigi si complicherà maledettamente, inducendo il Divo Giulio a cercare oltre frontiera quella consacrazione finale cui, per ora, aspira in Italia.

Nel frattempo, il Mezzogiorno è sparito. Sparito dai summit che contano. Sparito dalle agende prioritarie. Sparito dagli stessi discorsi dei dirigenti meridionali, il cui peccato più grave, in questi lustri, è di non aver saputo contrastare la Lega e i suoi affini non tanto sul piano politico, quanto sul versante culturale. Sì, perché il federalismo sarà una bufala, una panzana, una diavoleria inventata dal «demonio» di Gemonio per armare i conterranei e disarmare i conterronei, ma è pur sempre un’idea-traguardo, la cui storia «ideologica», paradossalmente, non comincia con l’intellettuale lombardo Carlo Cattaneo (1801-1869), ma, un secolo prima, con il campano Antonio Genovesi (1713-1769), principe della moderna economia.

Cosa ha saputo rispondere finora il Mezzogiorno all’idea guida leghista? Poco o nulla, oltre alle solite lamentazioni. Invece, servirebbe altro. Innanzitutto, studiare e studiare per incalzare le attuali classi dirigenti e per prepararsi a sostituirle quando l’anagrafe o i votanti lo renderanno possibile. E poi. Il Pdl non può identificarsi solo con la linea del «nordista» Tremonti, anche se con il parto della Banca del Sud il ministro ha fatto l’occhiolino alla Bassa Italia. Il Pdl del Sud deve essere pronto, non diciamo a lanciare un anti-Tremonti (il che spaccherebbe rovinosamente in due il partito), ma perlomeno a dare forza a chi, sul piano culturale oltre che politico, sia in grado di parlare alla parte povera del Belpaese senza tradire quei complessi di inferiorità che di solito soffrono i deboli al cospetto dei forti. Se il Pdl non farà questo, al Sud potrà vincere tutte le elezioni che vuole, ma le carte le distribuiranno sempre a Milano.

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