Martedì 19 Marzo 2019 | 15:51

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La sai l’ultima sul fisco? Vacanze di massa evasione di massa

di Giuseppe De Tomaso
di Giuseppe De Tomaso

Il convento è povero, ma i frati sono ricchi. Sembra questa la fotografia del Belpaese sulla base degli ingorghi stradali di Pasqua. I conti dello Stato non sono eccitanti come Manuela Arcuri, ma i conti delle famiglie, e soprattutto il tenore di vita degli italiani, tutto sono tranne che la spia di una nazione in crisi. In effetti è così. Se lo Stato propende per la dottrina economica della cicala, le famiglie (nonostante la seduzione dei consumi e l’edonismo a caro prezzo) rimangono ancora fedeli alle lezioni della formica. Il risparmio privato dei nipotini di Dante Alighieri (1265-1321) rimane tra i più alti del pianeta, segno che i cattivi esempi non sempre riescono a modificare geneticamente il rapporto di una popolazione col denaro. 

Se la tesi dell’elevato risparmio familiare rappresenta la spiegazione più convincente degli exploit vacanzieri degli italiani, gli eccessi del divertimento di massa inducono molti analisti a collegare i ripetuti e costosi svaghi collettivi a un’evasione fiscale endemica, montante, superiore forse a ogni immaginazione. Insomma: dove si prendono i soldi per le gite fuori porta visto che in base alle denunce dei redditi sono pochissimi, in Italia, coloro che dichiarano entrate lorde oltre i centomila euro annui? Già. Sottintesa la risposta: siamo un popolo di infedeli. Soprattutto al fisco. Può darsi.

Ma la contraddizione tra il convento povero e i frati ricchi è destinata ad acuirsi nel tempo, per l’evidente ragione che ad aliquote esose corrispondono, inevitabilmente, evasioni altrettanto massicce. Del resto, tutti i sondaggi sui problemi più gravi che gli italiani devono affrontare quotidianamente, vedono al primo posto, con largo margine di vantaggio, la questione delle tasse. Il che la dice lunga anche sulla fortuna di forze politiche nate, al Nord, sull’onda del ribellismo fiscale.

Può darsi che il tutto esaurito nei luoghi di villeggiatura della Pasqua testè trascorsa sia figlio dei soldi negati al fisco, ma la gestione allegra degli enti pubblici non fa buona pedagogia presso i contribuenti, sempre più convinti - a causa dei privilegi e delle spese della Casta - che è meglio spendere in proprio i risparmi privati piuttosto che affidarli alla discrezionalità di politici e burocrati. Una riflessione, questa, destinata a radicarsi e diffondersi a oltranza se la pressione impositiva tenderà a crescere, anzinché a decrescere.

L’evasione-divertimentificio di massa serve, inoltre, a fare giustizia di un altro luogo comune: l’insindacabilità, la fondatezza delle denunce dei redditi. Infatti, la vicenda è piuttosto singolare. Da un lato tutti riconoscono che gli italiani beffano il fisco con la stessa disinvoltura con la quale l’ergastolano Graziano Mesina raggirava i suoi carcerieri. Da un altro lato tutti si affidano, negli interventi di politica fiscale, alle cifre delle tavole dei dichiaranti, come se fossero più sacre delle tavole di Mosè. La verità è che se una rete autostradale strapiena di macchinoni da 60mila euro non si coniuga con una pletora di redditi, sulla carta, degni del Terzo Mondo, l’impostazione delle aliquote fiscali va ripensata da cima a fondo, perché le denunce formali con corrispondono alle ricchezze reali dei contribuenti.

Si dice. Bisogna stanare l’evasione senza pietà. Giusto. Ma non si può combattere l’evasione se la richiesta di una ricevuta fiscale è immancabilmente accompagnata da questa risposta: il prezzo del servizio è 100 euro senza fattura, e 200 con la fattura. E siccome nessuno è così autolesionista da pagare 200 euro al lavoratore autonomo che chiede 100 (senza ricevuta), finisce che la sua evasione non sarà mai colpita. Idem, se si chiede una prestazione di lavoro a un dipendente che fa l’artigiano come secondo lavoro. Nessun radar fiscale potrà mai scoraggiare un capofamiglia dal risparmiare scegliendo di rivolgersi a un idraulico, falegname, a un meccanico occasionali, «autonomi» nelle ore libere dall’impiego fisso di lavoratori dipendenti.

L’unica strada per cercare di attenuare le frodi fiscali di massa è proprio quella di ridurre le tasse, rendendo così meno conveniente il ricorso al sommerso. Ma fra tante riforme di cui si parla, quella fiscale, giudicata prioritaria da due italiani su tre, risulta sistematicamente all’ultimo posto nell’agenda della classe politica. E così, puntualmente, si ripropone il ritornello: vacanze di massa, evasione di massa.

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