Domenica 24 Marzo 2019 | 06:38

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Con il suo volto rassicurante, era entrato per ben ventisette anni nelle case degli italiani grazie al Carosello di un digestivo il cui slogan recitava: «è così comodo che lo potete prendere anche sul tram». E quella popolarità inattesa aveva consentito a Nicola Arigliano di resistere all’urto della nuova musica, della rivoluzione seguita all’arrivo nella canzone italiana di «Nel blu dipinto di blu» di Domenico Modugno, che aveva fatto tramontare il genere confidenziale nel quale lui, Nicola da Squinzano, provincia di Lecce, classe 1923, era un vero maestro.
A intuire che il suo potesse essere un buon volto televisivo era stato Armando Testa, tra i padri della pubblicità in Italia, che da grande innamorato del jazz lo aveva spinto a fare le «reclame», esattamente come aveva già fatto con l’«uomo in ammollo» Franco Cerri. «Quella pubblicità – aveva poi detto Arigliano – mi ha consentito di continuare a fare solo la musica che mi piaceva, senza scendere a compromessi con le mode».
Ed è, la sua, una lezione di coerenza umana e artistica che dovrebbe essere assimilata soprattutto dai cantanti delle ultime generazioni. Arigliano aveva lasciato il suo Salento per cercar fortuna a Milano subito dopo la guerra, quando l’ambizione di fare il cantante poteva essere realizzata solo accettando due regole ferree: fame e gavetta. E non esistevano le celebrità talvolta effimere consacrate dai talent show televisivi, né i ricchi contratti premio delle case discografiche con i loro belligeranti uffici stampa, capaci di creare il successo dal nulla. L’appuntamento col successo era aleatorio come un tredici al Totocalcio e certo Arigliano non dovette credere alle sue orecchie quando un importante critico americano lo invitò a cantare nientemeno che al festival di Newport, la Mecca del jazz negli Anni ‘50. I dischi, la stima dei colleghi, da Gorni Kramer a Mina, le «Canzonissime» vennero dopo. Ma anche una volta raggiunta la notorietà rimase l’uomo semplice di sempre e lo dimostrò negli anni «bollenti», quando, in pieno ‘68, lasciò Milano e si trasferì in campagna, a Magliano Sabina, vivendo dei prodotti della terra che egli stesso coltivava.
Un antidivo, senza dubbio, mosso solo dall’amore per la musica e abituato ad accontentarsi di poco. Quando negli Anni ‘90 visse la sua «seconda giovinezza» artistica, non pretese mai trattamenti da divo, mostrandosi intransigente su una sola cosa: le tre teste d’aglio crudo da consumare ogni giorno con un buon bicchiere di vino rosso e le verdure crude col peperoncino tritato che chiedeva di trovare in camerino prima dei concerti.
Ed è così che ci piace ricordarlo, al di là del suo contributo alla storia della canzone italiana. Genuino e sincero come un buon vino della sua Terra.

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