Domenica 24 Marzo 2019 | 06:36

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Il Cavaliere di Roma torna alle origini

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È dal 1994 che ogni appuntamento elettorale in Italia si trasforma in un referendum pro o contro Silvio Berlusconi. A creare le condizioni di questa rivoluzione referendaria permanente hanno contribuito e contribuiscono sia il Cavaliere, che dà il massimo rendimento mediatico nelle stagioni dell’aut aut, sia l’opposizione di centrosinistra che raggiunge il top della solidarietà interna soprattutto nelle fasi più acute dell’antiberlusconismo.

Il presidente del Consiglio sa che giammai, o quasi, in Italia, i governi cadono o si logorano sotto l’incalzare delle minoranze parlamentari. Quando arrancano, di solito dipende dalle conflittualità e rivalità intestine. Di qui la necessità di rilanciare periodicamente le coalizioni di maggioranza (soprattutto alla vigilia delle verifiche nell’urna) pena il rischio dell’autocombustione.
Berlusconi deve i suoi successi elettorali, in più di 15 anni di attività politica, alle crociate contro le tasse. Anche in occasione delle regionali 2010 avrebbe voluto presentarsi ai votanti con l’annuncio di un significativo regalo fiscale. Ma Giulio Tremonti, che fa la sentinella ai conti pubblici con la stessa ostinazione dimostrata dal presidente Obama sulla riforma della sanità Usa, non se l’è sentita di accontentare il suo Principale cui, a un di presso, avrà fatto questo ragionamento: «Vedi, caro Silvio, la crisi economica è quella che è. È forte il rischio che le entrate fiscali ne risentano. Il caso della Grecia deve aiutare a riflettere. La Merkel ha posto la questione della permanenza nell’euro delle nazioni con le finanze dissestate. Non vorrei che qualche buontempone, in Europa, ci mettesse nell’elenco dei Paesi inaffidabili. Di conseguenza, caro Presidente, meglio non intervenire in materia fiscale. Non adesso, almeno».

Sia pure a malincuore, il Premier ha dovuto convenire che il suo ministro aveva ragione. Troppo azzardata una manovra anti-tasse senza, peraltro, poter varare, simultaneamente, un piano di tagli della spesa pubblica. Ma se ha dovuto rinunciare all’effetto spettacolo di un colpo a sorpresa contro la pressione tributaria, non per questo Berlusconi ha trascurato l’argomento tassazione. Anzi. A Roma è tornato alla carica, rimodulando i termini del problema: «Se vincerà la sinistra le tasse aumenteranno, a cominciare dal ripristino dell’Ici. Se vinceremo noi, le tasse non solo non saliranno, ma ci impegneremo a ridurle». E così pure sullo snellimento della macchina burocratica, altro tema clou del berlusconismo storico: i futuri presidenti del centrodestra - Silvio dixit - dovranno applicarsi in materia, a iniziare dal traguardo del piano casa per l’ampliamento delle abitazioni, varato dal governo, ma presto attenuato da quasi tutte le Regioni.

Chi si aspettava un Berlusconi concentrato esclusivamente sui problemi della giustizia, dell’informazione, delle riforme costituzionali, ha dovuto quasi ricredersi. Televisione, intercettazioni, presidenzialismo, federalismo restano punti chiave del lessico berlusconiano. Infatti, il Cavaliere non li dimentica mai. Ma per affrontare le elezioni serve altro, serve parlare alle tasche, oltre che al cuore e al cervello degli elettori. È il copione che ha riproposto ieri il presidente del Consiglio. Certo, non sono mancati i riferimenti a Santoro e alle procure, all’abuso delle intercettazioni e al protagonismo di Di Pietro. Ma la ciccia del suo discorso è tornata ad essere la battaglia contro il caro-fisco e a favore della sburocratizzazione del sistema. Princìpi collocati ai primi posti anche del giuramento sottoscritto dai tredici candidati del centrodestra alle regionali di domenica e lunedì prossimi. Così come sul versante squisitamente politico, il Cavaliere ha rilanciato la frase più gettonata nel suo vocabolario preelettorale: «La scelta di campo tra un centrodestra liberale e un centrosinistra illiberale che sogna uno Stato, tassatore, di polizia». Traduzione politica: una scelta di campo tra lui e gli altri.

Quanto potrà incidere sul voto il ritorno, da parte del capo del governo, allo spirito originario del vangelo berlusconiano, è difficile dire. Il fondatore del Pdl non si gioca l’esecutivo nell’imminente test elettorale, ma di sicuro si gioca, in parte, l’agenda dei suoi obiettivi post-elettorali: dai propositi di riforma della giustizia e delle intercettazioni all’investitura diretta del premier o del presidente della Repubblica, dal federalismo caro a Bossi allo stesso nuovo ordinamento fiscale immaginato da Tremonti. Se le votazioni saranno confortanti per il Pdl, a conferma che Berlusconi conta nel centrodestra più di quanto abbia contato Mourinho nella vittoria dell’Inter contro il Chelsea, il Cav. metterà la quinta come Alonso, e non arretrerà nemmeno di un metro nella sfida contro i suoi antagonisti tradizionali (in primis la magistratura). Se, invece, le votazioni saranno deludenti, come è appena accaduto in Francia per Sarkozy, allora il Premier dovrà rivedere la sua strategia, perché, si sa, ogni battuta d’arresto, in politica, procura più mal di pancia di un pranzo avariato. Infatti, nulla oggi preoccupa il titolare di Palazzo Chigi più dell’eterogenesi dei fini. O anche dei Fini.

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