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La banca di Tremonti all’esame del Sud

di Giuseppe De Tomaso
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Giulio Tremonti è l’osservato speciale del governo Berlusconi. Non solo perché è il ministro dell’Economia più influente d’Europa e perché, sul piano concreto, dispone di più poteri del presidente del Consiglio. Ma anche, o soprattutto, perché il Divo Giulio è il principale candidato alla successione del Cavaliere, quando quest’ultimo lascerà Palazzo Chigi per qualche altra augusta dimora pubblica o privata.

Da anni il supertecnico Tremonti è più attento di un body guard nel proteggere il suo profilo di politico-politico. Infatti non perde occasione per sbeffeggiare economisti ed esperti vari, rimproverando loro di fallire più previsioni di uno scommettitore di calcio. La sottolineatura del primato della politica sulle ambizioni delle tecnocrazie giova assai alla strategia dell’ambizioso ministro, visto che, solo in casi eccezionali, il Sistema, in Italia, ha spalancato le porte del comando ai cosiddetti «tecnici». E siccome Tremonti tutto è tranne che uno sprovveduto, oggi più di ieri sta offrendo di sè l’immagine di un politico a tutto tondo. 

Se Berlusconi mollasse improvvisamente la politica attiva, il Divo Giulio si ritroverebbe in prima fila per afferrarne lo scettro di leader del centrodestra. Ha dalla sua una buona prova al governo. E a differenza degli altri concorrenti per il dopo-Silvio, Tremonti non è mai stato sfiorato, in questi mesi, da vicende paragiudiziarie o da polemiche politiche sfociate in rotture personali. Inoltre, il tributarista-politico può mettere sul tavolo una carta che vale più di un jolly: Umberto Bossi.

Il capo della Lega è il vero padrino del ministro, tanto che Tremonti è più intoccabile di un esponente leghista nella speciale classifica dei beniamini di Umberto. Tremonti è l’ufficiale di collegamento tra il quartiere generale di Arcore e quello di Gemonio. Vanta, inoltre, sponde importanti nell’alta finanza del Nord. Insomma, ha tutti i pezzi a posto nella pedana reputazionale che serve per spiccare il salto decisivo.

Un elemento, però, può compromettere il disegno del ministro: l’indice di gradimento da parte del Mezzogiorno, di sicuro inferiore all’analogo indice registrato nella Padania. Come potrebbe un big ambire al governo del Paese senza fare breccia anche nell’altra metà della nazione? Neppure se si chiamasse Alcide De Gasperi (1881-1954) riuscirebbe a colmare la lacuna. Figuriamoci se porta addosso lo status di leader multiregionale, ma non ancora nazionale.

Forse, insinuano i maliziosi, nasce anche da questa esigenza la stagione meridionalistica di Tremonti, che ha portato il governo a varare la Banca del Sud, un’istituzione inizialmente metà pubblica metà privata, destinata, nei piani del ministro, a dare più dinamismo alle imprese meridionali. Dopo questa iniziativa, chi oserebbe fermare la volata finale del politico Tremonti con l’argomento che lui resta un simbolo del filo-leghismo padano? Nessuno.

Alla truppa dei malpensanti va, però, ricordato che l’idea della Banca del Sud il ministro non l’ha partorita l’altro ieri, dopo un sogno premonitore. È quasi un decennio che Tremonti insiste sul tema. Il che sta a significare che l’operazione rientra in una strategia economica assai più profonda. Il che, però, non elimina alla radice alcuni timori, prima evocati e poi fugati dagli stessi genitori della creatura. Infatti. Sia Berlusconi sia Tremonti hanno immediatamente escluso che la Banca del Sud farà la fine («carrozzoni») di altri enti messi in piedi per il Mezzogiorno, la cui principale occupazione, per decenni, è stata quella di generare posti, non lavoro.

Perché la Banca del Sud dovrebbe fare eccezione, dal momento che, come insegna la letteratura economica, con i regali non si fa sviluppo? Le prime mosse appaiono apprezzabili, a cominciare dai vertici designati dal governo. Ma le banche, avvertiva il liberale Luigi Einaudi (1874-1961), sono tali solo se prive di aggettivi. Le banche di scopo, quelle nate non dalle intuizioni dei privati, ma per suggerimenti politici piovuti dall’alto, di solito non reggono alla prova del mercato, come dimostra la gestione partitocratica del credito che furoreggiava negli anni della Prima Repubblica. Toccherà alla Banca del Sud dissolvere queste perplessità, manifestate anche da commentatori di certo non ostili al fantasioso ministro dell’Economia.

Il principale pericolo che dovrà affrontare il nuovo istituto si chiama lottizzazione, secondo la celebre definizione brevettata dalla buonanima di Alberto Ronchey, morto pochi giorni addietro. È vero che lo Stato dovrà, in tempo breve, togliere il disturbo nella Banca del Sud, ma fino a quando resterà nella stanza dei bottoni, difficilmente il potere politico resisterà alla tentazione di dire la sua su nomine e assunzioni. Il secondo dubbio riguarda le condizioni che la nuova Banca dovrà praticare a imprese e correntisti. Come potrebbe offrire condizioni più favorevoli rispetto a istituti che, muovendosi da decenni sul mercato, già posseggono tutte le informazioni sul territorio, sui suoi protagonisti, sulle famiglie, sulle aziende? E poi, perché forzare la concorrenza? Infatti, è stato esteso anche agli altri sportelli bancari il benefit (inizialmente riservato solo ai sottoscrittori dei titoli della Banca del Sud) di pagare il 5% anziché il 12,5% sugli interessi maturati.

Staremo a vedere. L’esperienza del passato non induce all’ottimismo. Ma Tremonti si gioca parecchio. Solo se la Banca decollerà, potrà chiedere la tessera di meridionale ad honorem, chiave d’accesso fondamentale per chi ambisce a siti di maggiore prestigio.

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