Domenica 24 Marzo 2019 | 12:37

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Ma la democrazia non può essere legge dei numeri

di Gino Dato
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La legge dei numeri? Può diventare, più che la certezza della rappresentanza, la tirannia dei numeri. Sia quando subiamo il fascino dei piccoli numeri. Sia quando veniamo schiacciati dall’impatto dei grandi numeri. Nella dialettica pubblica di questi mesi, per esempio, molti e insospetti osservatori hanno addotto le ragioni e la logica dei «quanti sono» come dirimenti e non solo preponderanti. Nella esplicita invocazione del diritto a esserci. O, per converso, nella minaccia di violenze o di manifestazioni di piazza. Così facendo, al di là delle regole e delle condotte normative, l’età dell’inclusione (di tutti) rischia di diventare l’era della banale omogeneità. 
Chiariamo. La forza dei numeri non attiene solo al valore simbolico che ha assunto la cifra: l’appiattimento della vita alla digitalità ordinale di ogni momento e spazio dell’esistenza, che ci omologa dal codice fiscale al momento della nascita, ai documenti che ti accompagnano per lo stato civile, l’identità, il conto in banca. La tirannia è nel potere reale delle quantità, che diventa trabordante, e che si va perfezionando nella subordinazione al peso che le cifre esprimono, in positivo o in negativo, nelle alterne vicende storiche del paese.
Quoziente intellettivo e pil - Numeri discreti e numeri alti disegnano una curva altalenante nella percezione pubblica. C’è stato un tempo in cui, per misurare portata della intelligenza e capienza del proprio reddito, le quantità sono precipitate. E infatti, all’università, la parabola discendente dei numeri era approdata alla conquista ineludibile del 18 politico: per tutti, contro l’autorità. Sul fronte, invece, della crescita, erano stati sgretolati a colpi di piccone, quasi fossero «l’altro muro di Berlino», i due pilasti del progresso: il Qi, il Quoziente intellettivo, e il Pil, il Prodotto interno lordo.
 Il Qi non costituiva di per sé il lasciapassare per il successo nella vita, se non corredato di altre competenze, quelle emotive. Così come il Pil non era il lasciapassare per il benessere, ancor meno per la felicità. Furono anni in cui la misura sembrava declinare, garantendo proprio il valore della discrezione. Alla prudenza induceva la lezione della storia, che aveva contrapposto, nei regimi di destra o di sinistra,  il consenso di massa delle grandi assemblee e delle piazze festanti.
Furono anche gli anni in cui le minoranze trovavano, in Italia, una loro statuizione e cittadinanza, corroborata delle norme dettate dalla Costituzione, frutto laborioso appunto della nascita di una Repubblica composta di diverse forze, plurime e pluraliste.
Lo scenario sembra oggi completamente mutato. Permangono le flebilità del Qi e del Pil, parametri sostituiti da altri rilevatori e variabili. Si rafforza una sottile forza dei numeri piccoli, come quelli del terrorista o del violento che tengono in scacco intere società. Ma, dall’altro canto, si ha come l’impressione che la consistenza straboccante dei numeri sembra aver ripreso quota. Fino a schiacciare completamente le minoranze. Che, nella dinamica sociale, si fa fatica a tutelare, siano esse linguistiche o etniche.
Il caso delle liste elettorali - Le democrazie al pari delle dittature di un tempo rischiano così di trasmutare nelle maggioranze dell’omologazione e uniformità dei giudizi, tirannia ancora più perniciosa. La lettura di concetti come le regole della democrazia sembra perciò consegnata, più che alla tutela di quanti non fanno numero, alla schiacciante sanzione e fattualità delle ragioni esclusive e preponderanti di quanti riescono a fare massa, come opinione pubblica, come forza elettorale.
 Per esempio, nelle vicende ultime del decreto interpretativo sul pasticcio delle liste elettorali del PdL in Lazio e Lombardia, non è difficile, al di là dei busillis e cerotti normativi, capire che, a far pendere l’ago della bilancia, non c’è stata solo la prudenza istituzionale di non cadere nelle tentazioni di violenza. Ha pesato – e quanto – il considerare che il partito di maggioranza e di governo era caduto nel pasticcio e rischiava di impaniare l’intero assetto elettorale. Ma dobbiamo chiederci quanto sarebbe stato altrettanto determinante, nella ricerca spasmodica di rimedi, la voce di qualche piccolo gruppo, qualora fosse incappato anche’esso in queste ingenuità.
Ritorna allora l’interrogativo elementare: se la democrazia possa intendersi solo come governo e potere di una maggioranza. E quanto invece la legge dei numeri non rischi di diventare il regime della banalità.

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