Lunedì 25 Marzo 2019 | 15:24

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Piazza contro piazza anche nell’era di internet

di Giuseppe De Tomaso
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Allora. Sarà la piazza, l’agorà degli antichi greci, il primo test politico del  2010. Sabato 13 sfileranno gli anti-berlusconiani. Sabato 20 i berlusconiani. Eppure già il caustico Giancarlo Pajetta (1911-1990), il Ragazzo Rosso, le cui battute di spirito spesso urtavano il Migliore del Pci, cioè Palmiro Togliatti (1893-1964), era solito mettere le mani avanti: piazze piene urne vuote. I fatti gli davano, quasi sempre, ragione, ma la tifoseria della piazza era più irremovibile di una montagna. «Vado in piazza, dunque sono. Sfilo nelle vie, dunque faccio politica»: il fascino della protesta collettiva era ed è a prova di bomba. Nemmeno l’esplosione della tv, vale a dire della piazza mediatica, che pure ha inciso nel cambiamento della politica più della rivoluzione francese e della caduta del Muro berlinese, è mai riuscita a surclassare la piazza reale. E, a quanto pare, non sta riuscendo nell’impresa neppure la Rete, la piazza internettiana. A dimostrazione che lo spazio dei nuovi mass media non travolge lo spazio fisico, quello del tradizionale territorio pubblico in cui società civile, partiti, movimenti, associazioni possono contarsi, con l’obiettivo dichiarato di premere sui decisori veri presenti nelle istituzioni.
La piazza-piazza rimane, perciò, il principale strumento di mobilitazione, di riscossa e di rivincita. Anche perché produce una reazione mediatica a catena su tutti gli strumenti del comunicare (Tg, radio, web...). Quanto, poi, la piazza reale riesca davvero a cambiare il corso degli eventi politici e sociali, beh nessuno può mettere la mano sul fuoco. Anzi.
Non si contano i raduni che sembravano decisivi, dirompenti per le sorti di un’idea o di un’iniziativa politica, ma che si sono rivelati più improduttivi di un campo senz’acqua. In particolare, in passato, era l’opposizione comunista la vera padrona della piazza. Ma nelle urne prevaleva il democristiano Alcide De Gasperi (1881-1954). Anche il postfascista Giorgio Almirante (1914-1988) era un seduttore della piazza, che riusciva a ipnotizzare come i suoi avi attori ammaliavano le platee teatrali. Ma i numeri elettorali, pure negli anni di maggiore fulgore, restavano inversamente proporzionali alle cifre espresse nelleagorà missine.
Il top delle prestazioni di piazza lo raggiunse Sergio Cofferati, capo della Cgil, che, nella battaglia contro la riforma dell’articolo 18 sui licenziamenti, portò a Roma, nel marzo di 8 anni fa, qualcosa come tre milioni di manifestanti. Uno schiaffo al governo e, per certi versi, alla stessa opposizione che, giammai, aveva prodotto simili exploit. Dopo quel trionfo, Cofferati sembrava un pezzo da novanta in grado di chiedere e ottenere qualsiasi cosa: la leadership della sinistra, la candidatura a Palazzo Chigi, la guida di una nuova formazione politica, la prenotazione di un importante ministero. Ma, nonostante il record di piazza, la stella di Cofferati cominciò a offuscarsi contro ogni previsione, a ulteriore conferma che in politica l’inatteso è assai più frequente dell’inevitabile. Finì che mister 3 milioni dovette accontentarsi di un posto di sindaco a Bologna.
Stavolta la piazza è chiamata a fare da arbitro indiretto tra due schieramenti in lotta sul caso Lazio, regione che ha visto a Roma l’esclusione della lista pidiellina. E pensare che, con un pizzico di fair play in più il braccio di ferro tra centrodestra e centrosinistra avrebbe potuto imboccare altre strade, invece delle vie che conducono all’agorà. Berlusconi, dopo le prime dichiarazioni dei dirigenti dell’opposizione («Non vogliamo vincere a tavolino») avrebbe dovuto coinvolgere i capi di Pd e Idv nella soluzione effettiva del problema, e riconoscere l’errore commesso da alcuni luogotenenti romani nella fase finale di presentazione della lista. Bersani e Di Pietro, di fronte alla prospettiva dello stop alla lista del principale partito italiano, avrebbero potuto ribadire la volontà di risolvere la questione consentendo ai rivali di partecipare alla contesa elettorale: anche sul piano del maketing la mossa avrebbe generato i suoi frutti. Questa concertazione tra destra e sinistra, mai necessaria come stavolta, avrebbe giovato all’immagine delle istituzioni e di entrambi i contendenti, con sommo sollievo del Quirinale, dell’opinione pubblica e dei militanti delle opposte coalizioni. Si è optato, invece, per altre strade, col risultato di dover ineluttabilmente convergere, divergere e sfidarsi in piazza.
Ma la piazza - il discorso vale per tutti, per destra, centro e sinistra - sta alla politica come il doping sta a un atleta. Ti dà l’illusione della vittoria e l’euforia dell’invincibilità. Salvo poi dover fare i conti con la realtà, che sovente ha dato ragione alla riflessione della buonanima di Pajetta. Comunque, non è finita. Da qui fino alle regionali forse assisteremo a più colpi di scena che in una finale di calcio tra Italia e Germania.
giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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