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E adesso un modesto consiglio al cavaliere

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Il presidente della Repubblica non poteva fare altrimenti. Se si fosse opposto alla soluzione salva-liste proposta dal governo si sarebbe scatenato un conflitto istituzionale dalle conseguenze imprevedibili. E siccome il Capo dello Stato tutto può e deve augurarsi tranne che la paralisi tra i poteri, il pasticcio lombardo-laziale non poteva che finire così: recuperando le liste del centrodestra per evitare che sul voto regionale del 28-29 marzo pesasse l’ombra dell’esito falsato e della recriminazione permanente.
Certo, è un po’ comico e vetusto il regolamento che sovrintende alla presentazione delle liste. Non si capisce, ad esempio, perché partiti rappresentati in Parlamento debbano dimostrare il loro radicamento sul territorio raccogliendo firme e timbri, col pericolo di incorrere in un errore fatale.
B asterebbe, solo, circoscrivere la raccolta delle firme alle neoformazioni politiche non presenti nelle istituzioni per risolvere alla radice un problema che, ad ogni elezione, rischia di rendere le decisioni degli organi di controllo più «brividose» di un film di Dario Argento. Il che non significa che le regole in vigore siano un optional, dal momento che il rispetto delle regole è la condizione irrinunciabile di ogni ordinamento giuridico, figuriamoci di uno Stato liberaldemocratico.
Il caos delle liste ha riproposto l’eterno braccio di ferro tra formalismo giuridico e sostanzialismo giuridico. Un diverbio antico quanto l’uomo, ma destinato a durare in eterno. Nel caso specifico di questi giorni: la legge è legge, non va mai violata, ma anche la democrazia, per parafrasare il filosofo Blaise Pascal (1623-1662), ha delle leggi e ragioni (a volte non scritte) che la Legge suprema dello Stato può non conoscere. Chi si sarebbe preso la responsabilità di escludere dal voto, nelle due principali regioni italiane, una coalizione che esprime il governo del Paese? E se l’esclusione avesse dato la stura a proteste e disordini di piazza? Ergo, Giorgio Napolitano ha optato, sia pure indirettamente, per la logica del sostanzialismo giuridico. Come dargli torto? Lo stesso centrosinistra non avrebbe sottolineato più di tanto l’eventuale vittoria a tavolino in Lazio e Lombardia, un po’ come fece l’Inter di Moratti dopo gli scudetti scuciti dalle maglie juventine: non esultò nessuno e gli stessi tifosi neroazzurri (quorum ego) tuttora provano imbarazzo nel collocarli nell’elenco dei trofei conquistati.
Attenzione, però. Tutto ciò non assolve gli artefici dei pasticci perpetrati a Roma e Milano. E’ vero che l’Italia è la patria del perdono e del condono, ma fino a quando le leggi e le regole rimangono in vigore, a nessuno è consentito trattarle alla stregua di consigli o, peggio ancora, di ignorarle e beffarle. Silvio Berlusconi, dopo le Regionali di questo mese, farebbe bene a destituire i responsabili della farsa laziale-lombarda che, a un certo punto, stava assumendo i colori della tragedia non soltanto per la causa e la tifoseria del centrodestra, ma anche per lo stesso principio della rappresentanza democratica.
Di sicuro il «decreto interpretativo» che ha salvato Renata Polverini e Roberto Formigoni dalla sconfitta preventiva non andrà archiviato tra i successi, le medaglie o i titoli di merito del Cavaliere. Verrà ricordato, semmai, come un rimedio da infarto, passato per il rotto della cuffia in una nottata al batticuore. Ma, dal momento che l’origine della demeritocrazia e della faciloneria che dilagano nella Penisola dipendono, soprattutto, dal black-out , ormai pluridecennale, di premi e sanzioni, non farebbe male invocare provvedimenti concreti ai danni di chi ha presentato le liste con la stessa disinvoltura di chi in estate sta per scendere in spiaggia. La lezione sarebbe molteplice: sfiducerebbe i dilettanti allo sbaraglio che hanno di fatto paralizzato da giorni la politica italiana; scoraggerebbe i loro eventuali imitatori; indurrebbe i dirigenti di partito ad affidare compiti così delicati a personaggi di provata serietà e competenza; dimostrerebbe, anche all’estero, che non è vero che in Italia quasi nessuno paga per i propri errori, perché il principio di responsabilità e identità da tempo ha ceduto il passo al principio di appartenenza (una sorta di salvacondotto-jolly per l’amico che sbaglia); testimonierebbe che l’esempio è davvero la più alta forma di autorità.
«Colpiscine uno per educarne cento», suggeriva, anzi ordinava il compagno Mao Zedong (1893-1976). Non vogliamo consigliare al presidente del Consiglio di ripristinare le purghe care al Grande Timoniere della Cina. Ma, ogni tanto, qualche epurazione (non sanguinosa, si capisce) ci vuole. Se no, le classi dirigenti si perpetuano all’insegna della mediocrità e si moltiplicano con la polizza dell’intoccabilità.

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