Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:39

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Chi vota non paga chi paga non vota

di Giuseppe De Tomaso
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La legge per il voto degli italiani all’estero non s’aveva da fare. Non solo perché nessuno, ad eccezione dell’onorevole Mirko Tremaglia, ne avvertiva la necessità. Non solo perché, neppure oltre frontiera, l’«istanza» era particolarmente sentita, come possono testimoniare le cronache dell’epoca. Non solo perché pure un sempliciotto avrebbe pensato che questa legge varata con spirito bypartisan avrebbe potuto dare la stura a trucchi e brogli elettorali difficilmente smascherabili. No. La legge per il voto degli italiani all’estero andava cestinata come una dentiera rotta, per il semplice fatto che contraddiceva e contraddice uno dei precetti cardinali della democrazia occidentale: nessuna tassazione senza rappresentanza e nessuna rappresentanza senza tassazione.
Un po’ di storia. Il principio No taxation without representation (appunto: nessuna tassa senza rappresentanza) esprime l’idea portante della rivoluzione culturale che sfociò, qualche secolo fa, nel parlamentarismo inglese. I sudditi, in particolare i ceti neoborghesi, non ne potevano più di guerre e capricci di sovrani e relativi feudatari. Cari monarchi, volete le guerre? Volete delle residenze sfarzose, più costose di una miniera d’oro? Pagatevele da soli, non con le nostre tasse. Se, invece, ci tassate, dovete garantirci la rappresentanza nelle aule dove si prendono le decisioni. Altrimenti, andate al diavolo.
Infatti i primi Parlamenti nacquero con l’obiettivo di frenare e fermare le spese pazze del governo, cioè del Principe. Spese che si tramutavano in incessanti e incredibili stangate fiscali. E quando furono i coloni americani (1770) a ribellarsi contro la voracità impositiva di Sua Maestà britannica, la frase più gettonata da parte dei rivoltosi - che partirono all’attacco dopo l’introduzione di nuove tasse sul commercio del tè, aprendo così la strada al cosiddetto Boston Tea Party e allo scoppio della guerra di indipendenza - fu paradossalmente proprio quella che diede vita alla Costituzione materiale inglese: nessuna tassa senza rappresentanza. Una frase, questa, che - vedi sopra - si può, anzi si deve, leggere pure a rovescio: nessuna rappresentanza senza tassazione.
In breve. Non si capisce perché milioni di persone nemmeno sfiorate dalle cartelle del fisco italiano debbano poter esprimere una propria rappresentanza parlamentare. Sulla base di quale principio? Le comuni origini tricolori? Bah, se è per questo, andando a ritroso si potrebbero ritrovare origini comuni anche tra Bin Laden e Tony Blair. La lingua di Dante? Ma gli italiani all’estero capaci di non sbagliare un verbo non si contano certo a milioni. Insomma.
Che l’idea di estendere il voto ai nostri connazionali d’oltre confine non solo non fosse una bella trovata (per i problemi sollevati fin qui), ma fosse anche una riforma pericolosa, lo si vide sùbito, quando all’indomani delle politiche 2006, la sorte dell’allora governo (premier Romano Prodi) sembrò dipendere più dalle coincidenze dei voli intercontinentali del vegliardo italoargentino onorevole Luigi Pallaro e dalle richieste di contributi vari, per i suoi rappresentati, partorite dal medesimo parlamentare, che dal confronto tra l’anima radicale e l’anima riformista dell’Unione prodiana.
Una situazione, a dir poco, surreale. Non solo si attribuiva un discreto potere a una pattuglia di emigrati che conosceva l’Italia e i suoi problemi come lo juventino Diego conosce (si fa per dire) la via del bel gioco. Ma, addirittura, il caso aveva fatto sì che un deputato eletto all’estero, e ignoto al fisco italiano, si trasformasse nell’ago della bilancia tra centrodestra e centrosinistra. Manco Agatha Christie (1890-1976) avrebbe saputo immaginare un simile scenario da brivido. Eppure. Eppure la passività nei confronti di una riforma automaticamente promossa nel catalogo del «politicamente corretto» aveva chiuso cervelli, occhi e orecchie anche agli spiriti più irregolari e arguti.
Chissà cosa direbbero i rivoluzionari inglesi e americani del Settecento davanti all’attuale spettacolo made in Italy , dove chi paga le tasse (molti immigrati già integrati) non vota, mentre chi non paga le tasse (gli italiani all’estero, ma si potrebbe aprire una parentesi anche per gli italiani evasori in patria) vota, viene inviato in Parlamento e a volte può decidere il destino di un governo. Roba da matti.
Berlusconi ha detto peste e corna della legge sul voto all’estero. Ha sottolineato la farraginosità dei regolamenti e i rischi di manomissioni elettorali. Ma, per certi versi, l’opacità delle operazioni di voto rimane un problema secondario. La vera questione non è (solo) il giro di amicizie pericolose emerse attorno al senatore Nicola Di Girolamo, e neanche il piano di aggiramento della norma che sarebbe stato architettato da quest’ultimo per potersi candidare all’estero, dove non poteva farlo. La domanda di fondo è se sia giusto che l’Italia del Duemila debba ignorare un imperativo categorico della moderna democrazia, già invocato e stabilito dalle anime più liberali del passato. Ripetiamolo: nessuna tassazione senza rappresentanza, nessuna rappresentanza senza tassazione. Perché, in occasione del dibattito sulla legge per il voto dei nostri connazionali all’estero, nessuno se n’è ricordato?

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