Domenica 24 Marzo 2019 | 11:48

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Più auto blu per tutti

di Stefano Tatullo
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Quest’anno sono aumentate del 3,1%, cioè di 18.842. Negli ultimi tre anni, di 52.760. In tutto sono 626.760. Le auto blu, lo status symbol più amato dagli italiani, quello che dice se sei qualcuno o uno che non è nessuno fra più di seicentomila. Le cifre emergono da una ricerca dell’Associazione Contribuenti Italiani. Di contorno, viene fuori che in Italia di queste auto ne circolano molte di più che in qualunque altro paese al mondo. Più che negli Stati Uniti, per dire, dove sono 72.000, che in Francia (61.000), Regno Unito (55.000) e Germania (54.000).
Con buona pace del ministro Tremonti che da anni dice che vuole ridurle. E della legge del 1991 che voleva limitarle a ministri, viceministri e alcuni direttori generali. Sappiamo come è finita.
Il fatto è che la legge, e il ministro, non tengono conto di due fattori fondamentali nella costituzione degli italiani. Cioè noi. Il primo: un insopprimibile – ma non solo, anche inscalfibile, e addirittura indiscutibile – egualitarismo. Ritorniamo ai direttori generali. Che significa che l’auto blu spettava ad alcuni? E gli altri? dissero gli altri; come andiamo? in bicicletta? in tram? attaccati al tram? Inutile dire che in questi casi le categorie conoscono vampate di compattezza che mai si sarebbero sospettate. E noi – sempre gli altri – che siamo, figli di… un dio minore, ecco? Per far scoppiare la rivoluzione magari ci vuole ancora qualcosa, ma per far cadere un governo basta e avanza.
Il secondo fattore costitutivo degli italiani, cioè noi: la rappresentazione esplicita, luminosa, teatrale, se volete, della propria condizione. Con il connesso potere (soprattutto). In una partita di calcio, da che cosa si vede chi è l’arbitro? Dal fischietto. E il vigile urbano quando vi fa la multa? Dal fischietto, anche lui. Quindi il fischietto è la rappresentazione del potere. Ora, provate –proviamo, noi italiani – ad immaginare un direttore generale senza l’auto blu: chi lo riconosce? Chi se lo fila, scusate l’espressione? Nessuno. E’ un uomo così potente può andare in giro a dire sono il direttore generale del ministero di…? Non è avvilente, se non proprio umiliante? E la sua signora, se le capita di stare con lui, non si sentirà mortificata, a sentirsi moglie di qualcuno che se non va lui in giro a dire chi è, non se ne accorge nessuno? Aveva forse ragione papà quando diceva figlia mia, non è quello che desideravo per te; speravo qualcosa di più. Ora, più del direttore generale c’è il sottosegretario (mah…) e il ministro; ma se nessuno se ne accorge?
Ora pensate invece allo stesso direttore che arriva all’inaugurazione di un albergo, una scuola appena ristrutturati, nella su Lancia Thesis. Blu, naturalmente. A dir poco ci saranno presidente della provincia, assessori, sindaci, altri assessori, costruttori… Tutti in abito grigio, o blu, tutti pieni di sorrisi, fervide strette di mano, inviti al buffet. E la signora, quando il direttore andrà ad aiutarla a scendere dall’altro lato della Thesis, sempre blu, non sembrerà una regina, con tutte quelle altre signore, mogli di, che le si faranno incontro per essere presentate, e poi saluti, sorrisi, inviti al buffet? Insomma, l’abito non farà il monaco, ma la macchina blu fa il direttore. E signora.
Ma nessuno pensa che in Italia ci siano seicentomila e passa direttori generali. Il fatto è che le auto di servizio (ecco, chiamiamole con il proprio nome: di servizio), queste auto, si diceva, le usano funzionari dello Stato, delle regioni, province, comuni, municipalità, Asl, comunità montane, enti e società pubblici, pubblici-privati ed altri ancora. E per ognuna di queste categorie bisogna ricordarsi i due principi: la parità d’importanza fra funzioni diverse, e l’esigenza di una rappresentazione lampante del potere che ne deriva. Il presidente della comunità montana (ma a quando l’istituzione di quelle marine, collinari e di pianura?), e signora, hanno lo stesso diritto all’auto blu (che è di servizio, ricordiamocene) dell’assessore e consorte.
Qualcuno che si crede spiritoso ha calcolato che se quelle 626.760 macchine si mettessero in fila una dietro l’altra, coprirebbe tutte le corsie, nord e sud, dell’autostrada Milano – Roma. Bene. Ma spirito per spirito: ha considerato che bel colpo d’occhio sarebbe quel fiume blu, così omogeneo, lungo più di cinquecento chilometri?
Ma poi, occupiamoci delle cose serie: l’occupazione, appunto. Quelle auto significano posti di lavoro, per gli autisti. Avete idea di che significa in tempi di crisi feroce come questa, che il peggio per l’occupazione deve ancora venire? E anzi, vedrete che i posti poi sono più di seicentomila; saranno almeno un milione, perché non si può calcolare un’auto, un posto. Perché magari un assessore può avere un autista la mattina e un altro il pomeriggio; uno per la città e uno per l’autostrada. Senza dire delle esigenze della sua signora, che magari può aver bisogno (sarta, manicure…) di un’altra macchina proprio diversa, con due autista/i diverso/i.
Insomma, altro che fare gli spiritosi e gli scandalizzati; alle auto blu e ai loro utilizzatori, iniziali e finali, dovremmo essere grati tutti, noi italiani. Eppure, chissà perché il ministro Tremonti non ne è convinto e ha annunciato (per l’ennesima volta) che per quest’anno chiederà alle amministrazioni di ridurle del 50 percento. Certo, poi bisognerà vedere se le amministrazioni… Comunque, un risultato il ministro dell’Economia l’ha raggiunto: il suo collega per l’Attuazione del programma di governo, Rotondi, non usa più l’auto di Stato. “A meno che – ha dichiarato – non sia necessaria; perché il discrimine tra uso pubblico e privato è sottile, si possono fare errori.” Naturalmente, naturalmente. Però l’esempio è lo stesso troppo bello per non ottenere l’apprezzamento e il vivo plauso degli italiani tutti, noi, soprattutto nella veste di contribuenti. Insista, ministro Rotondi, insista; chissà che non faccia proseliti e uno di questi giorni non vediamo il ministro Brunetta arrivare a Palazzo Chigi con l’automobilina a pedali. Lui è così attento a tagliare gli sprechi!

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