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Il vangelo di Mou «special one» credere, obbedire, combattere

di Giuseppe De Tomaso
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Il portoghese Josè Mourinho è un caudillo, non un maestro di pallone. Per questo fa sempre notizia, anche quando sta zitto. Nessun lusitano ha fatto mai parlare di sé come il controverso Special One, neppure quell’Antonio de Oliveira Salazar (1889-1970), l’economista dittatore che guidò il Portogallo per 35 anni avendo sulla scrivania il ritratto di Benito Mussolini (1883-1945). Salazar, pur smaniando per il duce italiano, era il suo opposto: riservato, schivo e monogamo. Un giorno Indro Montanelli (1909-2001) consigliò a Salazar di trovarsi una giovane amante, per riattizzare la sua ammosciata popolarità. Il dittatore rispose al suo illustre intervistatore con un misto di degnazione e compatimento, sottintendendo che gli show di piazza e le femmine alla Petacci non erano roba per lui. In effetti, grazie a una strategia comunicativa più soffice di un babà, Salazar rimase al potere più a lungo di tanti celebrati colleghi autocrati e, se non fosse stato per un infarto, avrebbe potuto cimentarsi in qualche record di longevità col comando.
Mourinho si ritiene onnipotente come Salazar, ma a differenza del suo illustre connazionale dispone di un’autostima superiore a quelle di Mussolini, Marlon Brando e Vittorio Sgarbi messe assieme. In comune con il duce portoghese, Mourinho sembra credere soltanto (ma non è poco) allo slogan «fieramente soli» che Salazar ripeteva quasi ogni giorno per piegare il suo popolo a una politica economica isolazionistica e autarchica. «Fieramente soli», sembra pensare e urlare, ossessivamente, Josè negli spogliatoi davanti a due fedelissimi come Milito e Cambiasso, e nei saloni presidenziali davanti a un signore incredulo come Massimo Moratti. «Fieramente soli»: la versione calmierata del «molti nemici molti onore» di mussoliniana fattura. 
Per il resto, Mou è Salazar senza salazarismo. O meglio: è Salazar più Benito. Se il «fieramente soli» era l’edizione eufemistica di «molti nemici molti onore», il «credere, obbedire e combattere» costituisce il primo capitolo del vangelo mourinhiano. Mai vista una squadra, come l’attuale Inter, così forgiata e plagiata dalle parole d’ordine del suo comandante. Una formazione plasmata a immagine e somiglianza del suo capo non solo sul piano del gioco, ma soprattutto su quello della mentalità, cioè della combattività.
E così, per merito o demerito di Josè, l’Inter si è trasformata nell’ossimoro più plateale dello sport mondiale: il proprietario (Moratti) è la persona più mite del pianeta, tanto che quando deve replicare a qualche mascalzone non riesce a oltrepassare l’epiteto di «antipatico»; il padrone (Mourinho), invece, è la persona più bellicosa mai apparsa in Italia negli ultimi 50 anni. Sì, avete letto bene. Se Moratti è il proprietario, Mourinho è il vero padrone dell’Internazionale. Uno che non ammette il contraddittorio, e che si eccita come un torero davanti al toro tutte le volte che lui, Josè, incrocia una telecamera.
L’errore dei critici è di considerare Mourinho alla stregua di un Marcello Lippi o di un Arrigo Sacchi, e di giudicarlo sulla base di schemi tattici e risultati di classifica. Mourinho non c’entra nulla con tutto ciò. Lui fa l’allenatore di calcio come potrebbe fare il regista di film, l’astronauta o il politico. E’ un divo a sé, extracalcistico. Se così non fosse, se cioè Mourinho mettesse le prodezze della sua squadra, invece che la sua gloria, in cima ai suoi pensieri, nessuno assisterebbe allo spettacolo nello spettacolo cui il nostro dà vita a bordo campo due o tre volte la settimana. Per Mou, la vera partita non è quella che giocano i suoi nel rettangolo verde, ma quella che (non) gioca lui prima davanti alla panchina e successivamente negli studi tv.
Un bene, un male? Chissà. Intanto grazie a lui l’Inter si è trasformata nell’undici più coeso e meno litigioso dell’universo mondo pallonaro. Grazie a lui si parla più dell’Inter che della crisi economica. Grazie a lui le pagine sportive dei quotidiani hanno sempre un titolone assicurato. Grazie a lui le trasmissioni tv sul calcio sono più imprevedibili di un tiro in porta di Maradona. Insomma. Mou non sarà geniale, come piacerebbe ai suoi fan, di certo non è mai banale, come non dispiacerebbe ai suoi numerosi detrattori.
Fino a quando resisterà questo singolare sodalizio tra un proprietario non padrone e un padrone non proprietario? Chissà. Molto dipenderà dalla partita di domani sera col Chelsea, cui i nerazzurri arriveranno con il sangue agli occhi dopo la stangata del giudice sportivo per i cartellini rossi e gli atti di indisciplina durante la sfida con la Sampdoria. Se Mourinho ha scatenato una sorta di guerra mondiale (quella che Salazar non avrebbe mai sottoscritto) contro tutti allo scopo di gasare i suoi calciatori meglio di quanto riusciva a Giulio Cesare (100-44 avanti Cristo) con i suoi ufficiali, tanto di cappello a Sua Maestà Josè. Se, invece, Mou ha scatenato il putiferio contro il Sistema,  contribuendo, però, a portare i suoi sull’orlo di una crisi di nervi, nessuno gli farà sconti, neppure Moratti il Clemente. Anzi, Josè dovrà preparare in fretta le valigie, visto che Milano è la città di Piazzale Loreto.
Comunque vada, però, Mou rimane un grande, anzi il più grande. Troverà sempre un altro Moratti o un altro Abramovic pronti a riempirlo di milioni. Ma chissà se l’Inter già lacerata, prima dell’avvento di Special One, in più correnti della vecchia Dc, riuscirà a ritrovare un condottiero così napoleonico, che, probabilmente, non ha vinto quello che doveva vincere, ma di sicuro le ha procurato più choc ed emozioni di quelle provate da Rossella in Via col vento.

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