Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:53

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Così il Tremonti bifronte fa concorrenza a sinistra

di Giuseppe De Tomaso
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Ma Giulio Tremonti è di destra o di sinistra? La domanda può apparire leziosa, adatta ai giochi di società nei salotti più esclusivi di Roma e Milano. Nei fatti, però, è meno accademica di quanto si possa pensare, visto che il giurista di Sondrio guida il ministero-chiave del governo Berlusconi.
In effetti, se non fosse per le leggi di riforma della giustizia, sarebbe difficile individuare una materia in cui centrodestra e centrosinistra se le dànno come Achille ed Ettore. L’economia avrebbe dovuto rappresentare il terreno di scontro fra esecutivo e opposizione, soprattutto in campo fiscale dove si preannunciavano fuochi d’artificio tra i due schieramenti. Invece, proprio sulla questione delle tasse, della spesa pubblica e dell’interventismo solidale, le distanze tra i due poli si sono accorciate assai, tanto che qualche economista coglie nello 0,5 di Irpef il solo vero elemento di differenziazione tra Pdl e Pd.
Non a caso gli economisti di fede liberista hanno cominciato a cannoneggiare sul quartiere generale del Divo Giulio al Tesoro, attribuendo al titolare una condotta tipica di un anti-liberale doc. In particolare gli italo-americani del collettivo NoisefromAmerika  non perdonano nulla al ministro dell’Economia, neppure le sue ultime due fatiche letterarie (Rischi fatali e La paura e la speranza), da loro bollate come esercitazioni astrologiche degne di un mistico, non di un rigoroso signore dei conti. A Tremonti non vengono condonati i giudizi sulla categoria degli economisti, le previsioni sulla crisi delle banche, gli incitamenti al protezionismo anti-cinese, le sparate contro il mercato, sia pure nella versione compulsivo-ossessiva del mercatismo.
Ma, bisogna ricordarlo, Tremonti non ha mai fatto il tifo per Ronald Reagan (1911-2004) e Margaret Thatcher. Nei suoi scritti non si trovano tracce di inni alla scuola liberista di Chicago, né nei suoi interventi fanno mai capolino le lezioni di Friedrich von Hayek (1899-1992), il massimo antagonista del dirigismo keynesiano. A differenza di Reagan, il responsabile dell’economia italiana non considera lo Stato una bestia da affamare, né pensa che il principale cruccio dei ministri debba essere quello di posare bene per fotografi e teleoperatori, come suggeriva il presidente-attore ai suoi collaboratori. No, Tremonti pretende di dire la sua su banche e crisi finanziaria, su politica industriale e legislazione speciale per le aree in crisi. Ovvio che per i liberisti-liberisti il tremontismo faccia più impressione della mimica di Mario Balotelli davanti a una platea di tifosi juventini.
Silvio Berlusconi, che è un pragmatico, lascia fare. Lascia fare il suo ministro più importante, e anche gli altri ministri più sensibili all’azione pubblica in economia. Il vantaggio, per lui, è duplice: disinnescare sul nascere mine a alto potenziale esplosivo, come furono nel quinquennio 2001-2006 la riforma previdenziale e la telenovela sulla revisione dell’articolo 18 sui licenziamenti senza giusta causa; competere con la sinistra nell’occupazione di spazi e nella rappresentazione di interessi che hanno segnato la storia delle forze progressiste della nazione.
Diciamolo. La difficoltà di Pierluigi Bersani nel ridefinire l’identità e la missione del Pd deriva, anche, dalla concorrenza indiretta che da un paio di anni gli sta promuovendo il tandem Silvio-Giulio sui temi tradizionalmente cari alla sinistra: ammortizzatori sociali, pressing filo-sindacale sulle aziende private che vogliono licenziare, freno all’innalzamento dell’età pensionabile, moratoria nella potatura della spesa pubblica... Insomma. Il Tremonti di Dio, Patria e Famiglia  potrà sembrare il replay secolarizzato del conservatorismo ottocentesco, ma il Tremonti che bacchetta imprese e finanzieri e poi frena sulla riduzione del carico fiscale somiglia, almeno sul piano della civetteria letteraria, più a un nipotino dell’antagonista anticapitalista Karl Marx (1818-1883) che dello stesso mediazionista anti-mercatista John Maynard Keynes (1883-1946). Il che ha già contribuito a produrre un effetto alquanto paradossale, più inatteso di una fuga d’amore tra Giulio Andreotti e Monica Bellucci: la discesa in campo della Cgil contro il caro-tasse, in pratica contro Tremonti.
Morale. La Dc era considerata eterna perché era di centro, ma, all’occorrenza sapeva spostarsi a destra e a sinistra. Il fenomeno Berlusconi è diverso. Ma fino a un certo punto. Non è ramificato solo dal concime della tv e dalla capacità mediatica del suo protgonista. Molto gli giova, però, il gioco politico a tutto campo mutuato dal Milan versione Sacchi. Ma se alla destra riesce più facile il tentativo di fare la sinistra, la stessa cosa non si può dire della sinistra, il cui rigorismo ideologico le imporrebbe più di un paletto nell’eventuale strategia, antitetica e simmetrica, di sfondamento a destra. Tremonti è l’ibrido più riuscito in questo scenario, bipolare sì, ma non immobile. Il Divo Giulio ora piace (e spiace) a sinistra, ora piace (e spiace) a destra e se guardate bene dentro a volte piace (e spiace) anche al centro.

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