Domenica 24 Marzo 2019 | 11:40

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La lezione del teologo e un «allievo» di nome Cassano

di Michele Cozzi
di Michele Cozzi

Il teologo e il calciatore, accumunati dalla ricerca della «vita autentica» e dotata di senso. Il teologo alla moda è Vito Mancuso, autore di saggi che hanno scalato la vetta delle classifiche dei libri più venduti; il giocatore «maledetto» è Antonio Cassano, per alcuni il Masaniello di un’altra modernità meridionale fatta di istinto e ribellione.
Genius loci dell’Italia pallonara (unica passione sopravvissuta alla fine delle ideologie), dallo sconfinato super-Io, il giovanotto di Bari vecchia (sempre così viene bollato come se fosse un marchio d’origine) a volte sembra esprimere la difficoltà di vivere la banalità della vita quotidiana.
Mancuso nel suo ultimo saggio - «La vita autentica» - descrive il percorso intellettuale e morale per un’esistenza senza dogmi e senza vincoli, fondata sul valore della libertà da tutti e innanzitutto da se stesso.
Una lente di ingrandimento per comprendere le ultime vicende del bizzoso giocatore. Che sarebbe talentuoso ma inaffidabile, secondo l’egemonica scuola di pensiero. Cassano sembra esprimere lo smisurato bisogno di alzare continuamente la posta, di essere se stesso e altro da sé, di farsi amare e odiare, di fuggire e ritornare. Il teologo cita Baudelaire: «La vita è un ospedale dove ogni malato è in preda al desiderio di cambiare letto». E così descrive la strutturale insoddisfazione ad accettare se stessi. Così come si è.
Ognuno sogna di cambiare Paese, latitudine, lavoro, compagno/a di vita. L’autenticità è sempre altrove, nel luogo immaginario in cui ogni uomo crede di poter essere in armonia con se stesso. Il top è il grido disperato di «fermare il mondo», anzi di poter essere out of this world – fuori dal mondo – .
Il fenomeno Cassano più che in chiave sociologica va interpretato con l’occhio dell’anima. Un giovane che, raggiunta la vetta della notorietà frutto del Caso e dello smisurato talento, manifesta la necessità di fare continuamente i conti con il proprio Sé. Le paure del passato, i conflitti mai risolti, le inquietudini di un destino tanto benevolo, quanto imprevisto ed imprevedibile.
Ma già Lucrezio aveva indicato che la fuga dal mondo rappresenta un’impresa senza speranza poiché «ciascuno fugge dal proprio Io, ma suo malgrado resta legato all’io a cui non si può sfuggire».
E così prima Bari, con i riti della baresità così ben descritti da Carofiglio, poi le tentazioni romane e spagnole, con vagonate – a sentir lui – di ragazze pronte a saltare nella sua alcova. Il tutto condito da infinite polemiche contro chiunque (arbitri, allenatori, giornalisti) osasse porsi di traverso sulla sua strada.
Ora, giunto il tempo della maturità, dinanzi ad una possibile e forse comoda fuga da Genova a Firenze, Cassano ha scelto di non cambiare aria, di porre finalmente un punto fermo nella sua esistenza. Una sorta di rivoluzione esistenziale, poiché, forse per la prima volta, ha deciso di sottoporsi ed accettare il giudizio degli altri. Dell’allenatore, che lo ha messo momentaneamente in naftalina, e degli addetti ai lavori.    
E così ha sorpreso tutti, smentendo l’esercito di tuttologi in stato permanente effettivo, prevenuti per latitudine e falsa coscienza, pronti a schiaffeggiare il ragazzo di Bari vecchia.
Altro che cassanata. Questa volta il contropiede di Antonio ha fatto centro.  

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