Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:28

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Primarie, qualche riflessione fatta a sangue freddo

di Vittorio Stamerra
di Vittorio Bruno Stamerra

Non mi unisco al coro di chi ritiene Massimo D’Alema responsabile della debacle del Pd alle primarie di domenica scorsa. La sconfitta ha ragioni ben diverse, e ben più numerose, e non ha riguardato un progetto politico - quello dell’alleanza con Casini - che resta, per il Pd, l’unico praticabile al momento se s’intende costruire una intesa elettorale che riesca a sconfiggere il centrodestra alle elezioni politiche del 2013. Ipotesi che nessuno, occorre sottolinearlo, all’interno del Pd, persino tra gli stessi avversari di Bersani e D’Alema, ha messo in discussione, e che neanche Nichi Vendola ha mai escluso a priori (la stessa nomina di Dario Stefàno ad assessore nel rimpasto di giunta del luglio scorso rappresentava un preciso segnale in tal senso). Nessuno si esalti dalle parti di Bandiera Rossa. 

Domenica scorsa non è stata messa la parola fine ad un progetto politico. Non si realizzerà magari in Puglia (ed è tutto da vedere, la politica - per dirla alla maniera del Principe - è pur sempre l’arte del possibile, ed in quanto tale si può realizzare nei modi più disparati), ma altrove l’idea cammina e si concretizza in alleanze la cui presa elettorale si potrà valutare solo dopo i risultati della fine di marzo. 

Semmai il risultato - diciamolo: largamente scontato per come si è giunti alle primarie - di domenica scorsa conferma due o tre cose che andiamo dicendo da tempo. In primo luogo la fine dei tradizionali partiti. L’aver messo in piedi un nuovo partito, il Pd, pretendendo di far convivere le esigenze di adattamento alle nuove realtà, mantenendo al tempo stesso inalterato lo spirito e le regole del vecchio sistema, è un «inguacchio» terrificante. Non si era mai visto in un partito, nuovo o vecchio che sia, in questo caso è la stessa cosa, quello che è accaduto nel Pd. Nemmeno nella vecchia Democrazia cristiana al momento della elezione dei presidenti della Repubblica, quando almeno si aveva il pudore di nascondersi dietro l’anonimato dei franchi tiratori. Nel Pd, invece, si andati ben oltre. Si è dichiarato e si è votato per un candidato diverso da quello, di bandiera, indicato dal partito. E ciò è avvenuto alla luce del sole, liberamente, senza alcuna remora. In pratica si è realizzato un sabotaggio di massa. E non accade niente, tutto viene assorbito e introitato da dirigenti e base come se niente fosse accaduto. È lo spirito delle primarie, si dice. 

Primarie un corno! Quanto accaduto domenica non è solo la delegittimazione di un gruppo dirigente. Si è immesso, in un partito già confuso e allo sbando per le contraddizioni e i vizi della sua origine, anche il germe dell’anarchia. E’ tropp o comodo dire oggi che la colpa è di D’Alema (e Letta, che ne facciamo lo assolviamo a prescindere?) a cui evidentemente si può imputare, visto che la valenza politica del progetto nessuno la mette in discussione, solo la sottovalutazione delle condizioni di quello che pure lui stesso, in tempi non sospetti, aveva denunciato sui difetti di origine del nuovo partito, per farne un laboratorio simbolo. Non è la prima volta che in politica accade di trovarsi in difficoltà in casa propria, di vedersi voltate le spalle dal proprio popolo. A tanti altri leader è già accaduto. Successe persino ad Aldo Moro. Ora D’Alema deve capire però che la Puglia gli è ancora amica, che tanta gente lo stima ancora e lo considera un patrimonio per questa regione, ma forse molti fra quelli che lo rappresentano in Puglia non gli hanno reso in questi anni un buon servigio, nel partito come nelle istituzioni e nell’opinione pubblica. L’immagine di quel gruppo dirigente è logora. Bisogna intervenire.

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