Martedì 26 Marzo 2019 | 01:47

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Briganti di ieri briganti di oggi

di Lino Patruno
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È ovvio che bisogna stare dalla parte dei neri di Rosarno. Perché stando con i neri, si sta anche con la gente di lì, non contro la gente. E si sta col Sud. Perché sia i neri, che la gente, che il Sud sono vittime di uno Stato che lì non esiste. Perché i neri sono la versione aggiornata degli emigranti che fummo, puzzolenti miserabili ignoranti come loro, maltrattati come loro.
Bisogna stare con loro perché i neri hanno avuto il coraggio di ribellarsi a un disinteresse, a una ipocrisia, a una menzogna che anche in questo caso hanno colpevolizzato il Sud con un metodo che ricorda l’Unità: quando il Sud si aspettava la terra e i sabaudi risposero con la legge Pica, sono tutti briganti da spazzare sparando a vista, impiccando, mozzando teste, violentando le donne, incendiando i paesi. Non meraviglia che l’intrepido sindaco leghista di Verona, Tosi, abbia proposto la stessa spiccia ricetta oggi, mandiamo l’esercito e commissariamo tutto.
 Ovvio che bisogna combattere i clandestini. Anzi bisogna combattere chi li costringe a essere clandestini. Non si capisce perché debbano restare clandestini se senza di loro marcisce sugli alberi tutta una ricca produzione di arance, mandarini, clementine, bergamotti. Non si capisce perché non debbano essere regolarizzati se sono lì al lavoro da fin troppo tempo. Non si capisce perché siano state regolarizzate solo le badanti (e con scarso successo, perché gli italiani «non razzisti» prima protestano poi non regolarizzano).
   Allora dove era lo Stato mentre tutto questo avveniva, anno dopo anno, ed è avvenuto o avviene ancora nel Foggiano per i pomodori e nel Metapontino e al Nord per la frutta? Dove erano Inps, Ispettorato del lavoro, sindacati, magistratura, Asl, Forze dell’ordine? Tutti trincerati nel «non è mia competenza».
  Tutti sapevano che i neri erano lì, anzi vi erano stati chiamati. Chiamati come sempre a lavorare 16-18 ore al giorno per 25 euro, ciò che nessuno del posto farebbe mai e se sali ai 40-50 euro richiesti i costi non reggono più, non c’è più mercato. E perché tutti si scandalizzano oggi, fanno finta di niente? Addirittura c’è chi parla di eccessiva tolleranza nei loro confronti. E li taccia del reato di clandestinità.
 Così, invece di combattere la ‘ndrangheta che sfruttava i neri come animali, si prendono quei neri e li spedisce a Bari per l’identificazione e l’eventuale espulsione. Del resto a questo punto il ministro Maroni non poteva fare altro. Dimenticando che se, nonostante tutto, quei neri erano a Rosarno, lo erano in presenza della legge Bossi-Fini, mica per colpa di altri come ha ululato subito la solita svenevole propaganda politica, quella che si ammanta di cattolicesimo ma difficilmente riesce a distinguere degli esseri umani, specie se neri. E una comunità notoriamente mite, non si poteva neanche dire che fossero i soliti rumeni o rom. Che viveva nell’oscenità di un lager di case di cartone, o in ruderi abbandonati, senza acqua e luce, tra sporcizia e topi. E la notte impossibile dormire: troppo freddo. Anzi, se alcuni potevano consentirsi insieme un buco di casa, pagavano in nero anch’essi, su di loro fioriva insomma una miserevole economia.
  Quando si sono scontrati con la gente dopo un risibile alterco, è stata la ‘ndrangheta ad aizzare la gente. Quella gente normalmente vittima della stessa ‘ndrangheta che domina il territorio in assenza dello Stato, altro che meridionali da lasciare al loro destino come hanno prontamente sentenziato i perbenisti del Nord. Gente ormai scoraggiata dall’abbandono storico che vuol ribaltare le responsabilità, Sud tutto mafioso e non invece Sud consegnato alle mafie con le quali lo Stato qualche volta è sceso anche a patti.
 Così a ribellarsi sono stati i neri quando i malavitosi, non la gente, hanno addirittura preteso da loro il «pizzo» e gli hanno sparato addosso. Ed erano già insorti un anno fa quando quattro di loro furono feriti. E lo avevano fatto anche in un’altra plaga del Sud dimenticato, quella Castelvolturno dove sei di loro erano stati ammazzati dai camorristi.
  Se il Sud è una polveriera, forse non è solo un paradosso dire che stavolta sono stati gli africani a svegliarlo. Perché Rosarno non è una storia qualsiasi di immigrazione contro cui il Paese deve difendersi, non capendo il mondo che muta e avendo smarrito la solidarietà. Certo, l’inciviltà della piazza è intollerabile, non esclusa però quella dei lager. Rosarno è però l’emblema di un Sud dalla illegalità subìta ma rinfacciata, dallo Stato desiderato ma non ottenuto, dalla storia imposta e dall’umanità vilipesa. In cui tutto va come deve andare nella sfiducia di un cambiamento. Finché un giorno sono dei neri sporchi e cattivi a far capire che l’ira cova. E che la loro deportazione non la potrà placare in terre sopraffatte di delusione, di ostilità, di attesa. I briganti di oggi non hanno le mani intrise di sangue ma d’arancia.

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