Martedì 26 Marzo 2019 | 23:59

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Moro, una scelta di vita tra studenti e politica

di Giuseppe Giacovazzo

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La vita di Aldo Moro può riassumersi in due parole: Università e politica. Nell’Ateneo barese si era laureato, dopo il liceo classico a Taranto. A Bari cominciò a insegnare a 25 anni, nel 1941: filosofia del diritto. Il giorno del suo rapimento in via Fani portava con sé in una borsa le tesi di laurea dei suoi allievi, mentre si recava a Montecitorio. Suggello di una vita dedicata all’insegnamento e alla politica.
Oggi l’Università di Bari prende il suo nome con una manifestazione nel rinato teatro Petruzzelli, presente il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Un atto che va oltre la formalità. Un riconoscimento a sé stessa. A una parte importante della sua storia che coincide con quella dell’uomo che più l’ha rappresentata e servita nella seconda metà del Novecento. Sia nell’impegno culturale che in quello politico.
Non sono pochi gli ex allievi che ricordano il suo primo corso di lezioni: sullo Stato. In esse c’era già il pensiero che avrebbe orientato una generazione. C’era l’idea cardine dello Stato democratico moderno, in antitesi con lo stato etico hegeliano, fonte degli opposti totalitarismi che hanno tragicamente segnato il cosiddetto “secolo breve”. Era lo Stato del valore umano, “fatto dagli uomini per gli uomini”. E c’era allora la guerra, il fascismo, l’Italia spaccata. Una lezione di umanesimo laico, in cui più tardi non esitò a riconoscersi un maestro come Norberto Bobbio. Ma oltre il rigore di quelle lezioni c’era l’amicizia. Riusciva solo lui a chiamare i suoi ex discepoli per nome, dopo anni. Ed era il suo fascino.
Con Aldo Moro cresce l’Università. Cresce Bari che trova nell’Università il suo nucleo propulsivo attraverso la facoltà di Giurisprudenza, nuovo centro di gravità con il rettore Del Prete, all’inizio degli anni Sessanta. Viene avanti una nuova borghesia imprenditoriale che ai commerci unisce l’iniziativa industriale assecondata dalla politica, sull’onda di una nuova stagione del meridionalismo. Col rettore Quagliariello avanzano le facoltà scientifiche a supporto dello slancio modernizzatore della città e dell’intera Puglia.
Moro cercò sempre la via non facile di elevare a progetto culturale e politico la vocazione pragmatica di Bari, la sua innata concretezza, l’aspro realismo legato alla passione per ciò che è crudo, senza condimenti. Sulla quale, ricorda Franco Cassano, Bari ha costruito la sua ascesa, fuori dal mucchio della ritualità provinciale. Moro ha trasmesso ai suoi collaboratori divenuti classe dirigente (Dell’Andro, Lattanzio, Contento, Damiani) il valore della mitezza come forza della ragione. La flessibilità come antidoto alla debolezza e all’arroganza. La mediazione oltre l’arida attitudine mercantile.
L’indimenticato professore Mario Sansone, alla cui scuola si rifanno Leone De Castris, Canfora, Tateo, Pappalardo, ha sintetizzato l’anima barese in un’amara, lapidaria definizione: “Una città senza ironia e senza malinconia. Quello che le manca è la percezione delle sfumature, delle tonalità intermedie”. Ecco, Moro era uomo dotato d’ironia, quel tanto che serve a vincere la malinconia quando offusca il senso della vita, la sua bellezza, il suo dono.
L’impianto urbanistico geometrico della città murattiana è anche espressione interiore dell’esprit de géométrie insito nella baresità. Moro ha sempre cercato di annettervi il suo esprit de finesse, il gusto per le sfumature e le tonalità intermedie. E questo lo rendeva amabile ai suoi studenti, come testimonia l’ultimo anno di insegnamento a Scienze politiche a Roma, dal gennaio al maggio del 1976. Era capo del governo ma teneva lezione due tre volte la settimana. E al momento di congedarsi chiese scusa per non essere stato più assiduo.
Università e politica, tutta la sua vita. Più Università che politica. Più costante e gratificante il rapporto con gli studenti. Gli hanno intitolato strade e piazze, dedicato monumenti in ogni angolo d’Italia. Ma oggi, quel nome indissolubilmente legato alla sua Università, scende come balsamo a lenire dolori e martirio. Gli ridona il suo mesto sorriso. E una stretta di mano ai suoi concittadini, agli amici, ai docenti, al rettore Petrocelli, agli studenti di oggi e a quelli che verranno. A tutti riconsegna vivo il messaggio della sua prima lezione in quell’aula gremita del 1943: “Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perennemente della giustizia fame e sete. Però è sempre un grande destino”.

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