Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:07

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Sono solo carne da lavoro

di Gianluigi De Vito

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E adesso, magari, si dirà che l'arancia d'inferno di Rosarno sia il frutto di un Sud che non accoglie più come una volta e che ha dismesso la sua antropologica camera di socialità. No, l'attacco (prima) e la rivolta (poi), sarebbero potuti accadere ovunque. È la conseguenza di un mercato che chiede carne da lavoro a basso costo.
Tanto per gli agrumi di Calabria quanto per le mele del Trentino, le patate di Cassibile, i pomodori di Capitanata o i cocomeri del Salento. Di sangue black nelle campagne meridionali ne è stato versato eccome. Da quando il 24 agosto 1989 il commando razzista incappucciato di Villa Literno (Caserta) uccise a sassate, in una baracca dormitorio che ospitava gli stagionali africani, il giovane sudafricano Jerry Essan Maslo sono trascorsi dieci anni e mezzo di leggi e dibattiti che non hanno invertito il corso del neoschiavismo all’italiana. In un Paese come il nostro che non la affronta ancora come fatto strutturale ma emergenziale e securitario, l’immigrazione è servita a consolidare in settori come l’agricoltura e l’edilizia un modello d’impiego basato su occupazione irregolare precaria e fuori dal sistema di garanzie. Nonostante questo non sembra essersi verificato uno spostamento di capitali verso le attività sommerse, semmai un più diffuso ricorso al lavoro nero con la variante non certo migliore del lavoro grigio.

Di nuovo, nei fatti di Calabria ci sarebbe una crisi resa più aspra da una congiuntura internazionale e di settore (a volte più esibita come pretesto che reale) e da un’offerta che la si vuole sempre più informale perché più facile da (mal)trattare in un geografia dello sfruttamento sempre più eterogenea.

Dal 2001 al 2006 si è registrata più di una regolarizzazione e gli ingressi per lavoro agricolo sono via via aumentati ma mai proporzionalmente al fabbisogno richiesto dalle categorie produttive. Le regole sugli ingressi non hanno diminuito, piuttosto, hanno aumentato le sacche di clandestinità. Inasprire i requisiti d’ingresso (legando il soggiorno al contratto di lavoro come ha fatto la legge Fini-Bossi) non ha scoraggiato l’entrata, semmai l’ha affidata ai canali illegali. Agire poi sempre a salvaguardia delle tutele degli imprenditori e poco su quelle degli aspiranti lavoratori, ha reso più difficile l’incrocio formale tra domanda e offerta: un imprenditore agricolo deve assumere lo straniero quanto questi è fuori dall’Italia, ma una volta che è entrato può rimangiarsi la promessa d’assunzione. Risultato: chi entra legalmente diventa clandestino. Se a questo si aggiunge che rinnovare e/o convertire un permesso stagionale è un impresa da Superenalotto, facile capire che le masse immigrate stipate nei ruderi sono sempre più costrette a svendere le braccia senza preoccuparsi se questa corsa al ribasso scateni una «guerra» tra minoranze e legittimi i radi della n’drangheta.

Disinnescare la miccia nei purgatori dei nuovi schiavi in questo Paese che ha governato l’immigrazione in modo tale da renderla una polveriera, non è affare solo politico. Tocca anche ai media smettere di prestare il fianco alla saldatura tra xenofobia e populismo, alimentata ad arte dalla Lega con le politiche della paura («le risorse sono limitate», «ci invadono e ci rubano il lavoro») e del razzismo istituzionale: dai «patti per le città sicure» ai «pacchetti sicurezza», dai sindaci-sceriffi ai poteri speciali per i prefetti, il risultato è sotto gli occhi: siamo convinti di essere ormai preda di un’ansia collettiva provocata dagli stranieri. E con l’ansia collettiva abbiamo finito col reintrodurre il criterio barbarico della colpa e quindi della punizione collettiva.

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