Mercoledì 20 Marzo 2019 | 15:03

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Albania, l’islam salvò gli ebrei

di Vito Antonio Leuzzi
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Le drammatiche vicende degli ebrei salvati in Albania, mentre imperversava la persecuzione ed il terrore nazista nei Balcani e in tutto il continente europeo, fu un evento unico ed ebbe il suo epilogo in Puglia. Subito dopo l’annuncio della resa tedesca tra la primavera e l’estate 1945, sulla base di accordi intercorsi tra alleati, governo italiano e quello albanese, centinaia di ebrei, assieme a civili e militari italiani partirono da Durazzo e sbarcarono a Bari, per essere sistemati, poi, in uno dei campi profughi gestiti dagli alleati nel Salento.
Il loro arrivo e la permanenza nel «Camp n. 39», assieme ad altri ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio, è ben ricostruita in un recente libro di Ercole Morciano, Ebrei a Tricase porto (1945-1947) (Edizioni Grifo, pp. 304, euro 14,00).
Cosa avvenne all’indomani della conclusione della guerra? In base agli accordi stipulati dall’Italia libera con Enver Hoxha, assurto al comando dell’Albania nel corso della resistenza, fu inviato in Albania Mario Palermo, sottosegretario alla Guerra del governo del CNL. La missione speciale consentì l’avvio del rimpatrio di una parte degli italiani civili e militari, bloccati da Tirana. In questo contesto si autorizzò anche il trasferimento in Puglia degli ebrei rifugiatisi in Albania durante le persecuzioni naziste. In Puglia gli Alleati avevano installato diversi campi di accoglienza per i profughi di tutta l’area balcanica.
La sistemazione degli ebrei provenienti dall’Albania avvenne soprattutto a Tricase (Lecce), ma per tutti gli altri sopravvissuti furono utilizzate diverse aeree della costa meridionale salentina, da Santa Cesarea a Santa Maria di Leuca e Santa Maria al Bagno presso Nardò.
Queste vicende di Tricase vengono attentamente analizzate da Morciano sulla base di documenti e soprattutto di diverse testimonianze dei suoi concittadini. Le origini del campo «39 di Marina Porto di Tricase» risalgono ai primi mesi del 1944 per sistemare migliaia di civili e partigiani slavi, serbi e croati, che trovarono protezione nella nostra regione, sin dal 1943, per sottrarsi ai rastrellamenti degli uomini di Hitler sull’altra sponda dell’Adriatico.
Tutte le ville e le abitazioni attorno all’area portuale di Tricase appartenenti a note famiglie di professionisti e di possidenti salentini furono requisite dagli Alleati. Il ricordo della presenza slava e dei timori nei tricasini per i comportamenti prepotenti dei serbi affiora in alcune testimonianze che evidenziano anche le differenze comportamentali di donne e uomini: «queste cuoche erano slave, bravissima gente. I maschi invece no. Ci fu un periodo, prima che venissero gli ebrei, in cui vennero gli slavi e alle dieci c’era il coprifuoco e circolavano i loro poliziotti, la ronda con i loro manganelli e se incontravano qualcuno... I più cattivi sono stati gli slavi».
Il ricordo degli ebrei è positivo senza riserve, anche per le diverse manifestazioni di solidarietà e di scambio di generi alimentari dell’UNRRA che gestiva i soccorsi a profughi e rifugiati.
Morciano raccoglie una significativa testimonianza di Golda Blanaru, una ebrea rumena che visse l’esperienza diretta del «Camp nr. 39», stabilendosi definitivamente nella città salentina, dopo aver contratto matrimonio con Ferdinando Pompeo Sparisci. Egli recupera, inoltre diversi documenti sulla felice permanenza a Tricase dei nuclei familiari ebraici, in particolare le annotazioni del registro personale di una maestra relative ad una bambina, Geltrude Krausz, di origine tedesca e proveniente dall’Albania, che frequentò per alcuni mesi l’ultima classe delle elementari: «5 novembre (1945). È stata ammessa oggi in classe una nuova alunna. È profuga, di nazionalità tedesca. La scolaresca ha accolto con gentilezza la nuova compagna ed ha promesso di non urtare i sentimenti di lei. Anche per me il compito diventa un po’ più arduo specie per quanto riguarda la storia».
Interessanti reperti fotografici, che ritraggono bambine ebree - tra cui Johanna Neuman a Durazzo e Tricase - arricchiscono il volume. La signora Neuman che ora vive negli Stati Uniti, «ha espresso pubblicamente la gratitudine per le famiglie albanesi di religione islamica che ospitarono la sua famiglia durante i cinque anni di guerra, fino alla liberazione da parte degli americani».
Il rapporto tra ebrei e tricasini subì una lieve incrinatura nel febbraio del 1946 per questioni organizzative relative ad una partita di calcio che degenerò anche per l’atteggiamento non favorevole di alcuni italiani che provocò la reazione violenta dei giovani ebrei. L’episodio fu circoscritto ed in breve tempo le relazioni con i profughi furono prontamente ristabilite. Tuttavia si scatenò una vera e propria campagna di stampa, con interpellanze parlamentari e con l’obiettivo di ottenere lo sgombero delle ville signorili.
Gli ebrei lasciarono il campo definitivamente agli inizi del 1947. «A Tricase - afferma Morciano - è rimasto materialmente qualche graffito o scritte in ebraico sui muri di qualche villino, soprattutto sono rimasti nel cuore delle tricasine e dei tricasini che vissero quegli eventi, ricordi incancellabili ed emozioni ancora vive, un valore immateriale ricchissimo ma delicatissimo, che va preservato nel tempo».

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