Martedì 26 Marzo 2019 | 23:43

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Cindia, sorge ad Est il nuovo millennio

di Giorgio Nebbia
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Fin da quando ero studente, moltissimi anni fa, ogni anno mi è stato regalato, e poi mi sono regalato, il «Calendario Atlante De Agostini», quello strano libretto rettangolare, lungo e stretto, con la copertina rossa, che contiene notizie sui diversi stati del mondo, sulla popolazione, l’economia, le capitali, le città principali e le bandiere. Nelle pagine iniziali sono contenuti preziosi dati statistici sulle principali produzioni merceologiche: quanto zucchero e patate, quanto acciaio e petrolio, sono prodotti dai diversi paesi in ciascun anno.
Fino agli anni Novanta del secolo scorso in tali statistiche primeggiavano gli Stati Uniti e l’Unione sovietica, grandi Paesi che hanno ricevuto dal cielo ogni dono di natura: campi sterminati, grandi fiumi, foreste per fabbricare la carta e miniere per produrre carbone, minerali di ferro e uranio, pozzi da cui estrarre petrolio e gas naturale, linee ferroviarie che consentono di trasportare le merci ai porti da un oceano all’altro.
C’erano, a dire la verità, altri due giganti dormienti, l’India, ex colonia britannica, con centinaia di milioni di abitanti, di educazione e lingua inglese, con grandi università e centrali e bombe nucleari, e la Cina, altro sterminato Paese, con centinaia di milioni di persone, di antichissima cultura, anche questo con università e industrie e centrali e bombe atomiche, ma considerato «arretrato», «terzo mondo», forse anche perché la sua grandissima popolazione parla una lingua strana e quasi inaccessibile al resto del mondo.
Dal 1990 con lo smembramento dell’Unione sovietica e un lento declino dell’America, i due giganti dormienti hanno trovato le condizioni per svegliarsi.
Sono andato a confrontare le produzioni di merci strategiche del 1988 e quelle di venti anni dopo, di Cina e India in confronto con quelle dell’impero nordamericano. Cominciamo dall’acciaio, il re delle merci, indispensabile per la fabbricazione di navi, trattori, autoveicoli, metanodotti, centrali elettriche; la produzione di acciaio degli Stati Uniti in 20 anni è passata da 800 a 1000 milioni di tonnellate all’anno; quella della Cina da poco più di 1000 a 2800, quella dell’India, da 200 a 500, sempre milioni di tonnellate all’anno.
La produzione di acciaio si trascina dietro quella dell’elettricità, passata negli Stati Uniti, in venti anni, da 3000 a 4000 milioni di chilowattore all’anno, in Cina da 600 a quasi 3000, quella indiana da 250 a 700, sempre milioni di chilowattora all’anno. Acciaio e elettricità si trascinano dietro, a loro volta, la richiesta di carbone, passata negli Stati Uniti da 800 a 1000 milioni di tonnellate all’anno, nella Cina da poco più di 1000 a 2800 milioni di tonnellate, quella dell’India da 200 a 500 milioni di tonnellate all’anno.
Non voglio annoiare ulteriormente i lettori che potranno soddisfare altre curiosità geografico-merceologiche «interrogando» Internet. La conclusione è più o meno sempre la stessa, mentre la produzione delle merci e materie indispensabili per lo sviluppo economico (quelle citate e cemento, acido solforico, materie plastiche, eccetera) è rimasta quasi costante o è aumentata di poco, negli ultimi due decenni, in Europa e negli Stati Uniti, che appaiono così giganti stanchi e invecchiati, le stesse produzioni sono aumentate febbrilmente raddoppiate o triplicate nei due nuovi giganti asiatici che con l’agricoltura, le miniere, le fabbriche sono diventati tanto potenti che l’Occidente, quasi spaventato, li ha accomunati nell’acronimo «Cindia», due miliardi e mezzo di persone.
A questa crescita frenetica imputiamo il pesante inquinamento planetario, ma dobbiamo anche constatare che in Cina stanno perfezionando tecniche di depurazione e impianti eolici e solari in cui credevamo di essere all’avanguardia. Non fa meraviglia che i nostri negozi e mercati siano pieni non solo di straccetti a basso prezzo di importazione cinese, ma che ormai arrivino dalla Cina anche strumenti elettronici molto sofisticati e avanzati e che l’India esporti, in forma meno visibile ma altrettanto invadente, tecniche e procedure e servizi informatici.
Ed è questione non solo, come spesso viene detto, di mano d’opera a basso prezzo, ma di centinaia di milioni di persone che hanno una istruzione generale e universitaria di alto livello e un orgoglio del proprio passato, il che induce a modesto suggerimento: invece di inventare lauree universitarie di cucina, moda, estetica, non sarebbe il caso di moltiplicare corsi di lingue e di cultura dei paesi orientali da cui, bene o male, dovremo sempre più dipendere e imparare in futuro? Non potrebbe partire questa svolta proprio da Bari che era la porta per l’Oriente?

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