Martedì 19 Marzo 2019 | 16:42

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Autopromozione fatale in Puglia per i duellanti della Sinistra

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO 

Sosteneva Aldo Moro (1916-1978) che in politica sono ben accette le candidature, non le autocandidature. Le candidature nascono dal basso o da un gruppo di sostenitori equipollenti. Le autocandidature sorgono dal desiderio di prenotare una carica, confidando nella buona stella o in una fondata probabilità di successo. Ovvio. Anche molte autocandidature si basano sull’appoggio dei fan di riferimento. Ma quando la logica della personalizzazione prevale su ogni altra considerazione, può accadere che tutto il confronto politico si risolva in uno scontro esclusivo e compulsivo tra autocandidati, tutti necessariamente e narcisisticamente forniti di un’autostima quasi dannunziana. 

La contesa tra Michele Emiliano e Nichi Vendola, che negli ultimi giorni ha toccato punte conflittuali davvero inimmaginabili, deriva da questo peccato originale: la prevalenza dell’«io» sul «noi», della frenesia di autoproporsi sulla cautela nell’esaminare le sollecitazioni a candidarsi. Probabilmente, anzi sicuramente, la nomination per la presidenza della Regione, sarebbe in ogni caso sfociata in un ballottaggio tra Vendola e Emiliano, ma il Partito democratico avrebbe evitato, in questo modo, lo spettacolo di una formazione divisa in due, con i più significativi dirigenti impegnati in un gioco al massacro come se la sfida congressuale, a Roma e in periferia, non fosse mai term inata. 

Spiegava Aldo Moro ai suoi allievi che, per un politico, c’è un modo sicuro per perdere: anteporre le ragioni personali all’interesse generale e alle esigenze di partito e di coalizione. Né Moro predicava in un senso e razzolava in un altro. Nel 1968, al termine del suo quinquennio a Palazzo Chigi, il leader dc raggiunse nelle urne (circoscrizione Bari-Foggia) la cifra-record di 293mila preferenze. Ma i maggiorenti dello scudo crociato anziché ringraziarlo per la tenuta del partito e dell’alleanza, e omaggiarlo per l’exploit per- sonale, lo congedarono con un inopinato benservito. Moro non reagì come Zinedine Zidane, prendendo a testate il primo malcapitato della direzione Dc. Si raccolse in un assordante silenzio, intensificò gli amati studi, e perfezionò il progetto politico su cui costruì il ritorno in pista. Si dirà che erano altri tempi, e che anche Alcide De Gasperi (1881-1954), prima di Moro, accettò il prepensionamento (per i grandi della politica la pensione di vecchiaia non arriva mai perché è un controsenso) senza quasi profferire verbo. Ma spesso le leggi della politica, e anche delle carriere politiche, conservano la loro validità anche dopo i più inattesi e massicci rivolgimenti costituzionali, istituzionali e morali. 

Partiamo da Vendola. Se il presidente della Regione Puglia fosse entrato nel Pd all’indomani della fusione tra Ds e Margherita, nessuno avrebbe trovato qualcosa da ridire sulla sua riproposizione al vertice del governo pugliese. Così, pure, se all’indomani del rimpasto assessorile di qualche mese fa, il presidente avesse premuto di più sul tasto della discontinuità e dell’alleanza programmatica, quasi certamente l’Udc di Casini avrebbe incontrato minori remore nell’accettare la ricandidatura Vendola. Del resto, se Vendola è di sinistra non è che Mercedes Bresso (presidentessa del Piemonte) sia di destra. Eppure nella regione della Fiat, l’Udc voterà per la Signora in Rosso. Ergo: la stessa operazione si sarebbe potuta riprodurre anche in Puglia. 

Passiamo ora a Emiliano. Se il sindaco di Bari, mesi addietro, anziché tuffarsi con piglio gladiatorio nella battaglia per la segreteria regionale del Pd (dopo aver escluso di puntare alla riconferma nell’incarico) si fosse da sùbito concentrato nell’attività amministrativa comunale, molto probabilmente oggi sarebbe lui (sulla base del veto insormontabile a Vendola da parte dell’Udc) il candidato unico del centrosinistra, senza bisogno di pre-primarie, primarie e post-primarie. Sì, perché in politica lo strumento della «conta» è un’arma a doppio taglio, che va maneggiata con cura. Emiliano era pressoché certo di stravincere la gara congressuale per il timone del Pd pugliese. Non ha perso, ma non ha nemmeno vinto, dal momento che il neosegretario si chiama Sergio Blasi. 

Per sovrammercato, il sindaco di Bari si è guadagnato qualche ostilità, com’è normale dopo una battaglia interna per il primato. E così da uomo delle istituzioni e su- per partes Emiliano si è autoretrocesso al rango di uomo di parte, imponente sì, ma pur sempre non gradito alla totalità del partito. Se invece egli fosse rimasto al riparo dall’agone e dai postumi del congresso, anziché autocandidarsi (sostanzialmente anche se non formalmente) aggiungendo condizioni su condizioni, oggi, di fronte al muro di Casini sul nome di Vendola, tutto il centrosinistra sarebbe andato in processione da lui, Emiliano, come si va da uno zio di carisma cui si affida la leadership di una famiglia litigiosa. E Zio Michele solo con gli occhi avrebbe risposto «sì, va bene», senza la necessità di aprire bocca. 

Adesso, i due, Nichi e Michi, si contenderanno la candidatura alla presidenza pugliese come due ciclisti in gara per il gran premio della montagna. Non sarà una formalità, sarà una scalata faticosa, anche perché bisognerà spiegare a iscritti e simpatizzanti per quale ragione si è giunti alla decisione delle primarie con un cospicuo ritardo. Non ci si poteva pensare prima? Ma ormai anche questa è acqua passata. A questo punto, siccome la Pd-story degli ultimi mesi ha partorito più colpi di scena di un’opera di Georges Feydeau (1862-1921), non è da escludere che altri imprevisti possano precedere le primarie di gennaio: ritiri eccellenti, candidature nuove, soluzioni terziste. Lo scopriremo solo vivendo, direbbe Lucio Battisti (1943-1998). Tutta colpa dell’attrazione fatale delle autocandidature, osserverebbe Aldo Moro. Auguri di buon anno a tutti.

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