Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:10

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Un anno vissuto pericolosamente

di Giorgio Nebbia
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Il 2009 è stato un anno pieno di eventi per l’ambiente e per le risorse naturali. Il più vistoso e rumoroso è stato il dibattito sui mutamenti climatici conclusosi con la Conferenza di Copenhagen, poche settimane fa. Al di là delle stranezze climatiche che si verificano ogni anno e ogni mese, c’è effettivamente un lento graduale riscaldamento del pianeta dovuto all’aumento della concentrazione nell’atmosfera dei gas emessi dalle attività umane. Le piogge improvvise e l’aumento della siccità colpiscono dei territori resi fragili anche dalle modificazioni dovute a strade, grandi città, invasione degli spazi vicini ai fiumi, per cui ogni pioggia più intensa si traduce in frane e alluvioni e distruzioni di vite umane e di ricchezze, di case, fabbriche, campi coltivati.
 Per diminuire tali danni bisognerebbe diminuire i consumi di combustibili fossili e rispettare le foreste, e tutto questa costa, ai Paesi ricchi e a quelli poveri, una gran quantità di soldi che nessuno vuole spendere; per questo anche l’incontro di Copenhagen si è concluso senza nessun accordo e il clima continua a peggiorare.
Tra fumi e rifiuti - I rimedi al dissesto idrogeologico, dolorosissimi anch’essi, consisterebbero nel divieto di costruire nelle zone che sarebbero riservate al moto delle acque, le quali sono le zone di maggior valore economico e nessun amministratore ha il coraggio di dire che non si devono costruire case, alberghi, edifici e magari centrali nucleari nei posti che saranno probabilmente invasi dalle acque, un anno o l’altro.
 Nel dibattito sui mutamenti climatici sono state spesso presentate al pubblico immagini di grandi città sotto un cielo pieno di fumi, vere «congregazioni di vapori», come le chiamava Amleto, comprendenti gas e polveri, diversi da quelli responsabili dei mutamenti climatici. Tali fumi sono emessi dai mezzi di trasporti, ormai nel mondo 800 milioni di autoveicoli, dalle fabbriche di acciaio e di cemento, dalle centrali termoelettriche e dagli inceneritori, e contengono arsenico, piombo, cadmio, mercurio, elementi radioattivi, diossine, idrocarburi cancerogeni, inquinanti di composizione spesso sconosciuta.
 L’altro volto negativo dell’ambiente è stato costituito dal «fiume» di acque inquinate provenienti dalle città, spesso senza fogne, per non parlare di depuratori, dalle fabbriche, dai campi coltivati, acque che scorrono sopra e sotto il suolo e che finiscono, con il loro carico di sostanze nocive, nei fiumi e poi nel mare. Il suolo, poi, la base fisica della nostra vita, impoverito dei boschi, esposto all’erosione, è spesso usato come ricettacolo di tutti i rifiuti solidi, altri tristi responsabili di offese ambientali in questo 2009. Si tratta, in Italia, di 100 milioni di tonnellate ogni anno, di cui 40 milioni di tonnellate sotto forma di immondizia domestica, dieci miliardi di «sacchetti» di plastica lasciati fuori dalla porta e destinati non si sa dove, in discariche o inceneritori o a cielo aperto.
 La strana crisi economica mondiale, con sfacciate ricchezze e vastissime zone di povertà, ha diretti collegamenti ambientali: ci ripetono ogni giorno che la salvezza viene dall’aumento dei «consumi», a cui sarebbe associata la ripresa economica, ma nessuno spiega che i «consumi» sono costituiti da miliardi di lattine, di imballaggi di plastica, di oggetti incartati, di tessuti e metalli e di montagne di cibo che spesso finisce in discarica. Ogni cosa che entra in una famiglia diventa, poco dopo l’uso, un rifiuto trascinato dalle acque nelle fogne o finisce come inquinante nel cielo o va ad aggiungersi alle montagne abbandonate di immondizia.
 Ogni nuovo invito a «consumare» oggetti, anche quelli che effettivamente soddisfano bisogni reali delle persone più povere, non è accompagnato da un impegno, di tecniche e di soldi, per attenuare i danni ambientali, per difendere il suolo contro le alluvioni, per depurare le acque e i camini, tutte operazioni che sarebbero invece vere fonti di occupazione e di benessere e salute. Alcuni pozzi di petrolio e alcune miniere si stanno esaurendo e non forniscono più le materie necessarie per la nostra «società dei consumi»; altri giacimenti vengono cercati nelle zone polari freddissime e nei deserti e i continenti sono solcati da nuovi oleodotti il cui dominio è fonte di conflitti.
Un albero nella scuola - Fortunatamente ci sono anche alcuni aspetti positivi e fra questi vorrei ricordare le battaglie che hanno portato a riconosciuto i danni alla salute degli intossicati dall’amianto, un problema che riguarda la città di Bari anche grazie all’instancabile battaglia del giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, Giuseppe Armenise. Aumenta la produzione di elettricità da fonti rinnovabili come il Sole e il vento, anche se offuscata dalle minacce della costruzione di rigassificatori e centrali nucleari; si fanno più rigorose le norme di difesa dei lavoratori nelle fabbriche e nei cantieri, anche se purtroppo quasi 1500 persone muoiono ancora ogni anno sul lavoro.
 Fortunatamente le conoscenze ecologiche entrano nelle scuole e mi si allarga il cuore all’ottimismo quando leggo che i ragazzi piantano nel cortile del loro istituto qualche alberello, un atto di fede nel futuro, che spiegano ai genitori i principi della raccolta differenziata, quando vedo che nella scuola secondaria inferiore l’insegnamento di «Tecnologia» parla dei materiali, delle merci, degli oggetti, della depurazione, delle energie rinnovabili.
 Ai lettori, che hanno avuto la pazienza di seguire questa rubrica, auguro un 2010 con cieli più limpidi, acque abbondanti e pulite e, se possibile, meno alluvioni, un anno di pace, condizione indispensabile per godere dei beni che la natura ha in serbo per noi umani.

 

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