Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:30

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Natale, se i bimbi hanno già tutto

di Daniele Giancane
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È Natale e - come d’uso davanti a questa magica parola - le aziende di giocattoli sfornano quantità impressionanti di giocattoli, di ogni genere e per tutti i gusti. Da ogniddove - nelle pubblicità televisive, sui cartelloni a tutta vista, grazie al passaparola - ci giungono martellanti le novità, le fantasie e le stravaganze dei «creativi» (coloro che inventano i giocattoli).
Eppure, a guardar bene, si pare che la prima riflessione che si possa fare è che le novità - quest’anno - sono assai poche, come se si fosse raggiunto un limite ormai difficile da superare: i bambini nelle nostre case hanno tutto, spesso troppo. Il problema di fondo del nostro tempo è proprio la carenza di desideri, ovvero di progetti: se ci sforziamo di esaudire ogni richiesta dei bambini (dallo zaino firmato al cellulare d’ultima generazione), certo lì per lì strappiamo un sorriso ma a lungo andare provochiamo la noia, la mancanza di un sogno da realizzare. D’altra parte sappiamo bene che proprio il giocattolo, per il bambino, è un oggetto che in breve vede giustamente scemare la sua fascinazione (dopo un po’, capito l’arcano, messi a punto i meccanismi, toccato e smontato, il giocattolo non serve più e viene gettato in un angolo, fra le cose ormai inutili).
Diventa dunque sempre più difficile ideare nuovi giocattoli che possano piacere davvero ai bambini, anche perché stiamo assistendo all’antica profezia di Postman: l’infanzia sta scomparendo, ce ne accorgiamo dal fatto che - per giocattoli - i bambini vogliono gli oggetti degli adulti: il «Canta tu» è un karaoke per bambini uguale in tutto e per tutto a quello che imperversava nei pub sino a qualche tempo fa; il registratore vocale; i Nintendo, i lettori MP3, le solite Playstation sono qualcosa che hanno a che fare relativamente con l’infanzia, nel senso che sono giochi per tutte le età o - meglio - giochi che sono passati dal mondo degli adulti a quello dei bambini, secondo la regola rodariana (ma Rodari la usava per i classici, per esempio, Le avventure di Gulliver) della caduta col tempo nello scaffale dei bambini.
Niente di nuovo, sotto il sole dei giocattoli elettronici, ma semplici «aggiustamenti» e arricchimenti dei giocattoli già in uso gli anni scorsi. Magari il bricolage è divenuto anch’esso  elettronico (SMOBY), magari c’è il tappeto musicale (variante del karaoke), ma ben poco di originale. Non c’è un’idea nuova, un itinerario che apra una nuova strada.
Certo, per quanto riguarda i genitori, possiamo forse dividerli in due categorie: gli «elettronici», quelli che pensano che in una società come questa è bene avviare subito i bambini ad aver a che fare con gli i giochi moderni, perché tanto la loro sarà sempre più la società del computer e di Facebook, della piazza virtuale e dell’interattività; e i «tradizionali», che puntano ancora su pupazzi, bambole e cani di stoffa, convintissimi che sì, saremo pure nell’era di Internet, ma proprio per questo è bene tenere calda l’infanzia con gli orsacchiotti di peluche, con la tenera affettività di «Sbrodolina», con quei cari eterni oggetti che gli psicanalisti chiamano «transazionali».
E allora è bene - per questi genitori, avviare le bambine al ruolo di madre con «Bimbola» tenera carina e meglio ancora con «Bimbola pipì e popò» che ha bisogno di fare le sue cose e allora bisogna stare attenti. E perché no il «Cicciotello primi passi» che simula appunto i primi passi di un neonato, che quindi cammina con molta difficoltà, con scarsissimo equilibrio, ma l’aiuto della mamma-bambina riuscirà pian piano a farlo camminare bene.
E poi: «Cappuccino», «Baby amore», i «Cuccioli nella Fattoria» hanno sempre a che fare con quel senso dell’accovacciato, del minuscolo, del tenero, del domestico che non so sino a che punto sia un’immagine mitica dei genitori (l’infanzia ovattata e felice, in un ambiente di mille sogni e personaggi affettuosi) più che un desiderio diretto dei bambini che - invece - a volte preferiscono i «Bad toys», che impazzavano sino a poco tempo fa e adesso molto meno («Deadly», lo gnomo dall’istinto omicida; le «Living Dead Dolls», pallide bambole-zombie, il «Pupazzo Gnagno», pupazzo-orsetto che però può essere aperto che estrarne gli organi), ma pur sempre i bambini amano i mostri, più (o accanto) delle bamboline perfettamente tirate a lucido (come amano i «Piccoli brividi» più delle storielline melense).
Non demorde - però - una terza categoria di genitori (minoritaria, ormai): quella che pensa che il miglior giocattolo sia quello istruttivo.
E così via alle interminabili serie dei «Sapientini», adesso con una novità: nel «Sapientino testa a testa» si assiste ad una gara fra due concorrenti-bambini, cosicché l’antico «Sapientino», dietro l’inarrestabile ondata di giochi televisivi a quiz (da «L’eredità» a «Il milionario») si trasforma anch’esso in un quiz, magari simile alla scatola di giochi che dona Gerry Scotti ai concorrenti e che certamente andrà a ruba fra gli adulti.
E c’è pure la «Tombola sapiens», che pure è una tombola a quiz: si vince se escono i numeri che uno ha nella cartella, ma non basta, bisogna rispondere ad una domanda. Se ho il numero ma non so la distanza fra la Terra e la Luna, vince chi ha il cartellone.
Ovviamente resistono il «Monopoli», proprio quello tradizionale, e i soliti giocattoli che non moriranno mai: metti il calciobalilla, le piste per trenini e automobiline; più giochi mezzo antichi mezzo moderni, come il «Night vision» (si vede in una specie di cannocchiale anche al buio sino a quindici metri) e «Ohnitrix», che è un orologio che proietta gli alieni sulla parete.

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