Martedì 26 Marzo 2019 | 23:57

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Il sottile filo che lega Amanda all’Afghanistan

di Gino Dato
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Le connessioni? Vi diffido dal farle, ha risposto Ian Kelly ai giornalisti che collegano le reazioni al processo contro Amanda Knox all’escalation in Afghanistan. Non è pensabile, esplicita il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, che la sordina alle critiche al processo di Perugia sia stata posta in virtù dal ruolo di leale ed aperto partner assunto dall’Italia in seno alla Nato. Ma se le connessioni che le autorità istituzionali americane respingono non sono specificamente di natura «politica», ce ne sono di altra natura che ci fanno comunque impiantare delle comparazioni, se non dei parallelismi, tra i diversi comportamenti assunti dall’opinione pubblica americana e da quella italiana per la condanna della giovane americana (e del giovane pugliese) e per la richiesta di nuove forze antitalebani. Amanda ha rinnovato giudizi cauti e positivi nei confronti della giustizia italiana e del trattamento a lei riservato nel carcere: «Con me sono tutti premurosi». E ha aggiunto: «Ho ancora fiducia nella giustizia italiana… Non ho smesso di credere nella vostra giustizia. I miei diritti sono stati rispettati». Amanda s’accorge che la sentenza ha sollevato polemiche, sa che i giornali americani continuano a sparare a zero, ma tiene le distanze. Così come le distanze osserva anche la madre della vittima Meredith, la signora Arline Kiercher, che non capisce proprio come nelle polemiche «ci possa essere stato un elemento antiamericano». Del resto lo stesso Ian Kelly cheta ogni ulteriore critica: quello italiano è un sistema giudiziario «giusto, trasparente e aperto».
Per inciso, e per contrario, negli stessi giorni, in Italia non sono mancate ulteriori critiche alla magistratura da parte del ministro della Giustizia. Nel ringraziare il procuratore capo di Palermo, Messineo, per i risultati contro la mafia, il ministro Alfano ha aggiunto: «Lavorando di più in procura e senza le luci delle telecamere si arresta qualche latitante in più, con qualche convegno in meno e qualche latitante in più si fa il bene del Paese».
Tutto chiaro allora? Atteggiamento pragmatico di critica e di difesa, quello assunto dall’opinione pubblica e dalle autorità statunitensi: il segretario di Stato non rifiuta la tutela, insieme ai connazionali non abbandona all’oblio un cittadino americano sottoposto alla giustizia di un paese estero, qualcuno fa balenare anche un assalto delle teste di cuoio; ma, allo stesso tempo, l’establishment e la gente dispiegano dichiarazioni di aperta fiducia e di autonomia per un sistema giudiziario «giusto, trasparente e aperto».
Per l’escalation nell’Afghanistan, qual è stato invece il fuoco di critiche messe in campo dall’opinione pubblica italiana? Nullo o quasi. Non si può dire che gli italiani e gli oltranzisti si siano sollevati contro l’invio di altri giovani e che, soprattutto, si sia posta la questione della difesa di connazionali in terra straniera.
Sotto silenzio è passata la severa lezione del Vietnam, mentre Obama con una mano rimarca la promessa di una «exit strategy», il disimpegno, ma con l’altra, per estirpare il «cancro di Al Quaida», rilancia la «guerra di necessità». Si sono dimenticate le vittime recenti, le minacce dei talebani, la vicinanza dell’Iran?
I più giovani non possono ricordare, e quindi non notano le similarità dell'escalation in Afghanistan con quella che portò le truppe in Vietnam dalle 185 mila unità del 1965 alle 540 mila del 1967. Negli anni Sessanta bisognava assestare ai guerriglieri il colpo che definitivo non riuscì mai ad essere. Per poi ritirarsi. Ancora e ancora, un errore di prospettiva che, nonostante una mole di bombardamenti pari a quelli sganciati su Germania e Giappone nella II Guerra mondiale, si trasformò in una sconfitta terribile: 4 milioni di morti in Vietnam e circa 60 mila fra le truppe americane. 
Tacciono gli alti lamenti del «a Natale tutti a casa» che sentimmo levarsi dalla Lega nei momenti tragici in cui sono rimasti sul terreno giovani soldati italiani. Eppure, la richiesta accordata di altre forze non è un segnale meno preoccupante delle imboscate in cui caddero quei ragazzi.
Siamo di fronte, certo, a due vicende completamente diverse. Una afferra le psicologie, le pulsioni, si abbandona alle ipotesi del cuore. L’altra ha più a che fare con lo spirito di alleanza, l’onore, la lotta al terrorismo. Eppure nessuno ci toglie dalla mente che gli italiani, nel difendere le migliaia di connazionali, si siano mostrati – ancora una volta -  meno agguerriti di quanto lo siano gli americani per uno solo di loro.

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