Martedì 26 Marzo 2019 | 01:02

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Nei Comuni il chiaro oggetto del desiderio

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Le mani sui Comuni. Quando nel 1963 fu proiettato, nelle sale italiane, il film di impegno civile Le mani sulla città, la critica collegò la trama del capolavoro di Francesco Rosi, alle pratiche amministrative del laurismo, cioè del populismo napoletano impersonificato da O comandante, al secolo Achille Lauro (1887-1982). Nel 1963 l’armatore-sindaco era già fuori gioco nel Monòpoli del potere all’ombra del Vesuvio. Ma la sua disinvoltura operativa sembrava il top, il non plus ultra della degenerazione gestionale. Nessuno - si pensava - avrebbe potuto fare peggio di Lauro in materia di clientele, camarille, irregolarità, familismi e nepotismi.
Il film-denuncia di Rosi illustrava la via più breve all’arricchimento rapace. Un uomo osserva il paesaggio e comunica ai suoi luogotenenti che la città si sta allargando in una data direzione, che è quella stabilita dal piano regolatore. Lui e i suoi si trovano su un terreno ad uso agricolo. Per fare soldi non hanno che da comprare la terra, modificare il piano regolatore per deviare la crescita della città sul terreno accaparrato e costruirvi quelle centinaia e centinaia di appartamenti che, dopo il cambio di destinazione del suolo, avrebbero generato guadagni da favola, 70 volte la spesa.
Già nel 1963 la realtà post-laurina aveva, dunque, superato la fiction  di Rosi ambientata negli anni Cinquanta. Basti dire che il film pur trattando un argomento hard come gli abusi edilizi a Napoli non evoca mai la camorra: al confronto con i fatti di cronaca degli anni successivi, la storia de Le mani sulla città sembra il libro Cuore rispetto a Il Padrino. Da mezzo secolo a questa parte, la corsa all’inquinamento morale e amministrativo degli enti locali italiani, non solo meridionali, non si è mai fermata. Anzi procede alla velocità di un rally.
La corruzione e la speculazione destano più scalpore nel Sud non già perché i comuni del Nord siano popolati da anime angelicate, ma perché gran parte dell’economia meridionale ruota attorno agli appalti e alle commesse che possono elargire gli amministratori locali. Il che fa dei Comuni il chiaro oggetto del desiderio di lobbisti e affaristi, di malavitosi e ricattatori, di clan e colletti bianchi. Mettere le mani sulla città, sia direttamente sia indirettamente (attraverso politici «amici»), diventa così l’obiettivo primario di una serie di persone che non saprebbero distinguere il Colosseo dalla Mole Antonelliana, ma che, messe di fronte alle carte dell’ufficio tecnico di un Comune, sanno muoversi meglio di Simona Ventura davanti alle telecamere.
E’ l’ufficio tecnico dei Comuni la madre di tutte le stanze dei bottoni. Qui, più che in Consiglio comunale, si decidono le sorti urbanistiche delle città. Intendiamoci. Senza coperture politiche, un dirigente comunale non riuscirebbe a mettere in moto nemmeno la propria auto. Ma gran parte della contesa per il potere, nei Comuni italiani, si gioca attorno al controllo del settore tecnico. Qui si studiano le possibilità di sviluppo delle aree urbane. Qui si offrono le soluzioni ai diretti interessati (professionisti, imprenditori, immobiliaristi). Qui si formano le cordate di «amici» escludendo i gruppi dei «nemici». Qui si allevano i futuri amministratori che sapranno agire con lo spirito di mutuo soccorso tipico della logica di «appartenenza». Qui si celebrano matrimoni impossibili, come quelli tra la parte malata e la parte sana della comunità. Qui si pianificano gli «investimenti» più redditizi. Qui l’orgia del potere e la libidine del denaro raggiungono vette toccate solo da quei «granduchi di Soldonia» (arrivisti, riccastri, parvenu modello Abramovic) sbeffeggiati da Antonio Caprarica nel suo ultimo libro.
Il caso Valenzano, che nei giorni scorsi ha visto sfilare protagonisti adatti a una trama scenica di un nuovo Rosi, non costituisce - purtroppo - una rarità nell’Italia 2009. Né è la spia di un malcostume circoscrivibile soltanto all’interno della Puglia o di Bari. Il caso Valenzano, che ha reso pubbliche le nozze, già consumate, tra la società civile e la società incivile di una comunità, è solo la punta di un imbarbarimento del sistema politico-amministrativo-sociale che sta devastando l’intera nazione. Basta un tratto di penna per decidere chi deve arricchirsi e chi no. Basta trovare le persone ad hoc per ripulire anche i capitali più macchiati. Basta incontrare le amicizie giuste per promuovere affari su affari. E siccome in economia vale il detto che la moneta cattiva scaccia quella buona, verrebbe da dedurre che non si è ancora toccato il fondo, e che i signori della Razza Arraffona sono destinati a moltiplicarsi come conigli.
Ovvio. Magistratura e forze dell’ordine devono alzare il livello di guardia. Ma non è sufficiente. Solo la politica può recidere sul nascere le tentazioni del malaffare. Ma i voti, come i soldi, di solito non puzzano: il che frena i conati di moralizzazione preventiva. Con questo scenario si prova più di un brivido di fronte alla prospettiva del federalismo fiscale (pieni poteri agli amministratori locali). La riforma cara a Bossi - per non creare più danni del federalismo amministrativo -, deve fondarsi sul principio di accountability (rendicontazione di responsabilità), così insegnano gli anglosassoni. Rendicontazione di responsabilità? In molti Comuni, non solo nel Sud, prevale la rendicontazione di irresponsabilità. Con questi chiari di luna, con i casi Valenzano che spuntano, dobbiamo mettere a disposizione delle amministrazioni più poteri di quelli che già hanno? Bah. Forse vogliamo continuare a farci del male.
giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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