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Il fisco oscurato dal caso giustizia

di Giuseppe De Tomaso

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Sulla carta gli italiani sono il quarto popolo più tassato del pianeta, dopo svedesi, danesi e francesi. In realtà sono il popolo più tartassato di tutti, per la semplice ragione che la classifica del prelievo fiscale non tiene conto dell’economia sommersa che sfugge anche agli 007 più scafati delle Finanze. Ogni anno lo Stato italiano assorbe più della metà della ricchezza prodotta, il che, avrebbe detto la buonanima di Guido Carli (1914-1993), governatore di Bankitalia e ministro del Tesoro, fa dello Stivale il Paese più «sovietico» della Terra.
Ma non contribuisce solo il lavoro sommerso a rendere l’Italia la nazione più tassata. Anche la qualità dei servizi pubblici gioca purtroppo un ruolo-chiave. Per cui se ad un’imposizione di tipo scandinavo corrispondono prestazioni e infrastrutture di livello sudamericano, c’è poco da discutere o scherzare. Gli italiani, quelli che pagano le tasse fino all’ultimo euro, si ritrovano così a pagare un doppio balzello: alla fiscalità generale e agli erogatori privati di servizi fondamentali come sanità e istruzione. Una beffa che fa dell’obbligo fiscale un appuntamento più doloroso di una giornata in miniera.
Sulle tasse si giocano le sorti di molti governi, in entrata e in uscita. George Bush senior perse la Casa Bianca dopo aver assicurato agli elettori che giammai avrebbe messo le mani nelle loro tasche.
Col tempo il presidente Usa cambiò idea. Ma cambiarono idea anche i votanti, che successivamente gli preferirono il più giovane Bill Clinton. Non si contano i leader che hanno conquistato il potere grazie ai propositi di vantaggi fiscali per tutti: da Silvio Berlusconi ad Angela Merkel, da Tony Blair a Nicolas Sarkozy. Ma sono pochissimi i governanti che hanno mantenuto e mantengono fede agli impegni presi, anche perché i più confidano sulla memoria corta degli elettori, portati a premiare le nuove promesse anziché a sanzionare i progetti disattesi. Del resto anche il grande Niccolò Machiavelli (1469-1527), con largo anticipo rispetto ai guru del marketing moderno, sosteneva che per fare carriera il Principe deve brillare nella strategia degli annunci più che nei consuntivi delle cose realizzate.
Giulio Tremonti, ministro dell’economia, osserva che è già un miracolo se il governo non aumenta le tasse. Ergo: non aspettatevi regali di Natale dalla Finanziaria, non c’è trippa per gatti, o così o pomì. Ma l’economia non è un’esercitazione aritmetica a somma zero. Non è detto, cioè, che il calo delle tasse scivoli come l’acqua senza lasciare traccia. Può anche accadere che due-trecento euro in più al mese nel portafogli delle famiglie diano una scossa ai consumi, che a loro volta daranno una spinta alla produzione e quindi all’occupazione. Certo, per lasciare due-trecento euro in più in ogni casa, è necessario potare i rami della spesa pubblica. Ma questi tagli non costituiscono davvero aspirazioni degne della candida Heidi: compaiono in tutti i programmi che si presentano agli elettori prima del giudizio delle urne. Abolizioni di enti inutili. Accorpamento di doppioni. Tagli di benefit costosi. E via di questo passo.
Tremonti, almeno per ora, non vuole toccare nulla. Forse ha ragione, perché ogni volta che si tocca qualcosa, in Italia, i costi chissà perché finiscono per salire. Ma forse ha torto, perché solo uno «choc» salutare può ridare slancio a un Paese scoraggiato anche per colpa del pesante carico tributario. E chi dovrebbe tentare di dare questo slancio se non un super-ministro ritenuto inamovibile dal premier e sostenuto dall’alleato più esigente della coalizione?
Tremonti teme che dietro il partito dello sviluppo si nasconda il partito della spesa. E’ vero. Nell’Italia del Potere si gioca a nascondino innanzitutto con le parole. Per doppiogiochisti e opportunisti, sviluppo di solito significa spesa pubblica; politica industriale vuol dire orgia di incentivi; e solidarietà significa (spesso) aiuti alle corporazioni. Ma può anche accadere che il rigore si traduca in immobilismo. E’ questo il retropensiero di Tremonti? Di sicuro, no. Ma di questo passo crescerà la pattuglia di quanti gli rinfacceranno il peccato dell’immobilismo, altro che riconoscergli la virtù della formica risparmiosa.
In breve. Rigore e sviluppo non sono antagonisti irriducibili come certi tifosi juventini e Balotelli. Possono andare d’amore e d’accordo come due sposini in viaggio di nozze. L’importante è intendersi sulle parole: senza rigore nei conti pubblici, lo sviluppo sta all’economia come il metadone sta al drogato. E i tagli sono come la cura dimagrante: quasi sempre fanno bene.
Ecco. Silvio Berlusconi è nato e cresciuto (politicamente) con la parola d’ordine di ridurre le tasse, ma poi si è concentrato sulla questione della giustizia (peraltro senza procedere alla riforma). Oggi il premier ritiene prioritario il capitolo dei magistrati. Ma le elezioni si vincono (o, dipende, si perdono) quasi esclusivamente sull’economia, che a sua volta significa Fisco. Il Cavaliere dovrebbe saperlo più di tutti.

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