Martedì 19 Marzo 2019 | 16:21

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E le luci sul Sud si sono già spente

di Lino Patruno
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Prima che noi meridionali ce ne torniamo ancora una volta suonati come tamburi, è meglio che diciamo subito le cose come stanno. È vero che negli ultimi anni mai si era parlato tanto di Sud come ora. Libri sul Sud, soprattutto libri, una indigestione. Scritti in gran parte da Roma in su, ma non si può stare sempre a sottilizzare. E convegni, anche se quando si arriva a convegni non si sa mai se è un bene o un male.
 Poi il Popolo delle Libertà è venuto dalle nostre parti a presentare i suoi progetti per noi, ma sarebbe meglio un giro anche al Nord a capire che aria tira da loro. Il Partito Democratico continua a sostenere che il Sud è un problema nazionale e non del Sud, ma ora è più che altro impegnato a diventare un partito. Dai sindacati, non pervenuto. Chi non perde occasione è quel sant’uomo del presidente Napolitano, il quale giustamente vorrebbe un’Italia più Italia fra due anni quando ne ricorreranno i 150 dall’Unità.
 Di fronte al precedente silenzio, era già un terno. Anzi, più che silenzio, disgusto, i meridionali si mettano a lavorare più che mangiare pane a tradimento. E così dalli, come appunto avvenuto in 150 anni, a fare e disfare come se il Sud non ci fosse, dal federalismo ai fondi per il Sud dirottati altrove, tutto come al solito ispirato dai supremi interessi del Nord. Insomma tutto ciò che ha creato il ritardato sviluppo meridionale, altro che la sola storia cinica e bara: questione nata e cresciuta dal quel 1861, come ha ammesso lo stesso ministro Brunetta nel suo inesorabile libro. Nel frattempo la Banca del Sud partorita da Tremonti, la quale già non faceva svenare dall’entusiasmo, non è stata nemmeno ammessa alla discussione in Parlamento, anche se si assicura: ci tornerà.
 Ma dopo tutto questo sospetto coro, di nuovo il silenzio. Anzi cominciano a dire che bisogna riparlare di Nord e Questione Settentrionale. E con la speranza che sia almeno il Sud a tenersi in caldo. Occasione: le prossime elezioni regionali. Con le anime belle ad immaginare che, accantonato il solito gioco delle parti, si progettino alleanze, anche inusuali, ma col programma comune di fare finalmente la voce grossa per il supremo interesse del Sud, altrimenti sono altri 150 anni di pianti. Sparigliamo. Anzi cerchiamo di sentirci fra le Regioni, non vogliamo continuare a fare la figura dei sottosviluppati, a non avere lavoro, a subire l’onta di crescere meno di tutti gli altri Paesi d’Europa, compresi i nuovi entrati.
 Ma se qualcuno sostiene che sta andando così, dobbiamo correre dall’oculista. Da noi di Sud dichiarato c’è solo «Io Sud», che i partiti tradizionali temono possa spaccare il Paese come la Lega Nord, quei partiti tradizionali dai quali si aspetta sempre una politica nazionale per il Sud. Intanto «Io Sud» c’è e si sforza di diventare «Noi Sud», in attesa di questa politica nazionale.
 E poi dal Sud ci si aspetterebbe un patto sociale, la politica, l’imprenditoria, le professioni, le banche, le istituzioni, la cultura, la società, la gente che si muovano tutti insieme a dire basta. E a rispondere alla mitica domanda di ogni convegno: ma cosa possiamo fare? Questo, possiamo fare. E chi deve prendere l’iniziativa? Non Masaniello.
 Forse si è meridionali non per geografia ma per assuefazione. E, ahinoi, soprattutto i giovani sembrano refrattari a capire che il posto che non trovano non dipende da papà che non va a bussare, ma da una situazione alla quale bisogna reagire uniti, altro che i soli cortei scolastici contro la Gelmini. E con l’impegno comune a trasformare il lamento individuale in azione politica. Concetto, è vero, da fanatico ’68, stiamo ancora a fare la rivoluzione? E in tempi di frantumazione in cui di collettivo non c’è neanche più il biglietto per le mostre. E giovani che alle partenze verso il solito Nord oppongono il solo: e che ci posso fare? Mentre tutti si riempiono la bocca di «fare squadra» e «servono le sinergie».
 Il Sud è ancora troppo un Sud che di fronte a un problema reagisce col «Madonn Madonn» invece di pensare prima a risolverlo. E nel quale chi glielo sbatte in faccia viene rimproverato di pessimismo dai «non-tutto-va-male» di professione, evoluzione della specie dei meridionalisti. Che devono anzitutto difendere se stessi (oltre che i loro buoni compensi e i multipli incarichi). E un Sud che davanti alle sue eccellenze continua non capire perché, se è capace di eccellenze, poi non è capace di tirarsi su. Perché, più che la gru, ci vuole qualche «Madonn Madonn» in meno e qualche volontà in più.
 Purtroppo è più facile partire che restare. Ma se ciascuno non fa la sua parte, e non pretende (anche col voto) che la facciano lorsignori, e non lavora a mettere insieme, andrà come sempre. Le luci dell’Italia sul Sud sono durate lo spazio di un mattino. Il Sud continua a fare il Sud, e tutto va bene. Anzi male.

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