Martedì 19 Marzo 2019 | 16:14

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Un’iniziativa da rivedere

di Sergio Lorusso
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È approdato in Commissione giustizia al Senato il disegno di legge sul cosiddetto “processo breve”, preceduto da una scia di polemiche che hanno coinvolto – come spesso accade, quando si intende metter mano al controverso ‘pianeta giustizia’ – le forze politiche e l’universo dei giuristi, nelle sue varie declinazioni. A fronte del nobile intento dichiarato nell’intestazione del provvedimento – tutelare il cittadino dalla ‘durata indeterminata’ dei processi dando attuazione all’art. 111 Cost. e all’art. 6 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo e sulle libertà fondamentali – il testo presentato dalla maggioranza di governo presenta nei suoi tre articoli vistose incongruenze che consentono di definire irragionevole il progetto di conseguire la durata ragionevole attraverso l’estinzione del processo. In primo luogo è proprio la sua premessa ideologica a non convincere: risolvere le indubbie patologie del nostro processo penale privando di ogni terapia un “malato grave”, piuttosto che apprestando una serie di interventi mirati – in primis sui profili organizzativi e sulle risorse destinate alla giustizia penale – che riconducano nell’alveo della ragionevolezza i tempi (oggi biblici) della giurisdizione penale.
Poco in linea con la Carta costituzionale, poi, appare un intervento che discrimina le persone sottoposte a processo in ragione della tipologia di reato per il quale sono giudicati, così oscurando la presunzione d’innocenza che impone di non considerare colpevole nessun imputato fino alla condanna definitiva (art. 27 comma 2 Cost.) e con essa il diritto di ciascuno – colpevole o innocente che sia – ad essere giudicato in un tempo ragionevole. Altrettanto incompatibile con il dato costituzionale (art. 3 Cost.) è la scelta di distinguere tra imputati che abbiano già riportato in altra sede una condanna – definitiva? Il testo non lo dice – per un delitto e imputati incensurati, ritenendo soltanto questi ultimi meritevoli di un ‘processo breve’. Come evidenziato in un documento approvato dal direttivo dell’Associazione tra gli studiosi del processo penale e condiviso da tutti i suoi soci – diffuso lo scorso 18 novembre e leggibile all’indirizzo http://www.aspp.it/opinioni/items/comunicati/id:280  – è irragionevole “riservare il diritto alla speditezza del processo agli imputati incensurati, quasi fosse un premio da negare a coloro che, a causa dei precedenti penali, sarebbero da ritenere assistiti da una presunzione di non colpevolezza attenuata”. Un’altra incongruenza emerge dalla disciplina transitoria che – in deroga al principio tempus regit actum, secondo il quale le norme processuali non possono mai avere efficacia retroattiva – estende l’applicabilità della nuova disciplina ai soli processi pendenti in primo grado, generando un’ulteriore e irragionevole discriminazione tra imputati in ragione dello “stato d’avanzamento” della singola vicenda processuale. Né meno importante è l’effetto dirompente che una legge siffatta avrebbe sulle vittime del reato, risolvendosi in molti casi in una denegata giustizia e, quindi, in un’abdicazione dello Stato dal compito di esercitare la funzione giudiziaria: come ha affermato la Corte europea dei diritti dell’uomo, l’esigenza di celerità deve contemperarsi con il principio generale della buona amministrazione della giustizia (sent. 12 ottobre 1992, Boddaert c. Belgio), per cui se da un lato nessun accusato deve essere tenuto ingiustificatamente in uno stato di incertezza sulla propria sorte, dall’altro superare le lentezze della giustizia non significa legittimare i magistrati a sottrarsi dal dovere di svolgere tutte le attività necessarie per accertare la fondatezza di un’accusa (sent. 27 giugno 1968, Neumeister c. Austria).
Ma è lo stesso criterio adottato per individuare i processi di durata irragionevole ad essere debole e astratto, scandito com’è da una sequenza temporale rigida e predeterminata – due anni per ciascun grado di giudizio – che non tiene conto né delle peculiarità di ciascun procedimento né del respiro profondamente diverso che i vari gradi del processo penale assumono.
Scorrendo le innumerevoli pronunce della CEDU sul punto si evince chiaramente che il rispetto del principio non implica – né potrebbe implicare – la fissazione di una durata predefinita. La Corte fa infatti riferimento, molto pragmaticamente, a quattro parametri per valutare in concreto la ragionevole durata di ogni processo: la gravità del reato, la difficoltà di acquisire le prove, il comportamento dell’imputato e quello dell’autorità giudiziaria. Dello stesso tenore sono i criteri adottati nei Paesi dove la garanzia del “processo rapido” si è sviluppata e consolidata da oltre due secoli: a partire dagli Stati Uniti, in cui il diritto di ogni accusato allo speedy trial è cristallizzato nel VI emendamento del Bill of Rights (1791).
È auspicabile che il Parlamento – accogliendo l’appello contenuto nel succitato documento – riconsideri questa come altre iniziative legislative in materia di giustizia penale, spesso poco meditate, avendo ben chiari gli “effetti dirompenti che ogni riforma, anche settoriale, può avere sulla organicità e sulla coerenza del sistema processuale”, abbandonando le strategie emergenziali e procedendo non già all’insegna dell’estemporaneità ma con rigore. Pensando, possibilmente, a riforme condivise che, superando interessi particolari e corporativismi, tendano davvero a migliorare lo stato asfittico del processo penale italiano garantendo una giustizia più efficiente per tutti.

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