Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:28

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Galoppini e trombati sulle spalle del Sud

di Lino Patruno
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Non è detto che da meridionali si debba sempre parlare bene del Sud, tanto a parlarne male ci pensano gli altri. Mettiamo la Campania. Già c’è la signora Mastella rinviata a giudizio per presunti interessi privati nell’attività pubblica. Lo stesso Bassolino compare in una pesante inchiesta sui soliti famosi rifiuti. Chissà se era opportuna in questo clima una candidatura PdL a presidente della Regione del sottosegretario Cosentino, del quale è stato chiesto l’arresto per voto di scambio con la camorra.
 Sia chiaro, finché non si è condannati con sentenza definitiva, si è innocenti. E non può essere la magistratura a interferire, specie se le procure sono accusate di complotti (anch’essi tutti da dimostrare). Ci sono amministratori che si sono dimessi per un semplice avviso di reato, sovvertendo il voto popolare, e non dovrebbe andare così. Le cose non quadrano in questa Repubblica fondata sui reati e sui tribunali. Ma un Cosentino buttato lì in mezzo è a rischio autogol, con vincitori e vinti molto incerti. Ovvio che ci sia chi taglia corto, fatti processare e difenditi pure alla grande, la carriera politica non è un’investitura divina. Allora il problema sono i padroni dei voti, si sfida la prudenza o il buonsenso perché conta solo avere in canna chi quei voti sa acchiapparli. I Cosentino. Mentre specie al Sud, e a destra e sinistra, si continua a proclamare che questa classe politica bisogna rinnovarla, bisogna rinnovarla. Anche perché non a torto si aggiunge che il Sud non soffre tanto di insufficienti fondi, ma di livello dei suoi dirigenti e di cattivo autogoverno. Ma si continua a ripeterlo da una vita, e infatti da una vita la questione del Sud è sempre lì. Come da una vita si prende in giro il Sud con le politiche nazionali a suo danno.
 Dice: ma Tangentopoli non ci ha mostrato un Nord migliore, anzi. Il fatto è che loro comunque crescono, anche civilmente. E se lo fanno perché alzano la voce, perlomeno il Sud non ha urlatori alla pari, se non sono addirittura complici in cambio di potere a vita. Vediamo del resto la giostra delle candidature in questi giorni, e non solo in Campania. Anche quando il giro sembra cambiare, la pallina va sempre a finire su nomi che comunque nel giro in un modo o nell’altro ci sono già, magari da specialisti in cumulo di cariche: gli eccoli e i rieccoli. O su chi può mettere sul tavolo mezzi propri, spesso ottenuti lavorando con settori pubblici. Insomma la partita di giro si chiude. Così nasce e prospera una seconda Casta spacciata per anti-Casta. Non mollano mai. Aggiungici l’abolizione delle preferenze, e capisci perché la gente non va a votare o ci va turandosi il naso.
 Ma poi c’è tutto il resto. Ci sono politici o para-politici dei quali non si è mai saputo che mestiere facciano. Politici. E disinvolti in salto da una parte all’altra. Inaffondabili. C’è sempre per loro un consiglio di amministrazione, una mezza presidenza, un incarico, una consulenza, un contrattino in un ente, in un’azienda partecipata, in un consorzio. La grande riffa parte dopo le elezioni, quando bisogna piazzare trombati o galoppini. Uno dice: devono campare. Campare un corno, occhio ai compensi, non si è mai capito perché anche i para-politici debbano guadagnare sempre più del fesso qualsiasi.
 Ma è un modo per creare lavoro. A parte il possibile vilipendio alla parola lavoro, un’alternativa ci sarebbe. Si riduca drasticamente il numero dei componenti dei consigli di amministrazione, chi ha detto che debbano essere rappresentati tutti i partiti non escluse le correnti? Si eliminino agenzie, uffici studi, coordinamenti e tutto quell’ineffabile apparato di amministrazione parallela che raddoppia inutilmente funzioni ed è un alibi per assessorati e ripartizioni, se ci stanno loro perché dovrei ammazzarmi di fatica io? Si recuperi tutta questa spesa pubblica ampiamente improduttiva se non per gli spesati, e la si investa in settori produttivi. Che non solo producono lavoro, ma pensa tu, fanno anche crescere il territorio. E lo fanno crescere per tutti, non solo per i para-politici o per i «segnalati alla Signoria Vostra», dai quali non ci si aspetta laboriosità e impegno, l’essenziale è che poi ci diano il voto.
 Il Sud che non ce la fa mai perché mancano sempre i fondi, che sono comunque sempre scarsi, ha un modo per farseli mancare meno: governarsi meglio. Spazzare il  vecchio inossidabile clientelismo, liberarsi di un po’ di amici degli amici, dimezzare presidenti e vicepresidenti, eliminare contributi e patrocini. In cambio recupererebbe lavoro vero e sviluppo. E certo, qualcuno si deve mettere a lavorare, qualche altro si deve trovare un mestiere. Con una classe politica che riduca gli «studi di fattibilità» e aumenti i «progetti esecutivi»: che passi, in due parole, da ciò che si potrebbe fare e non si fa, a ciò che è pronto per farsi e si fa. Hai detto niente.

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