Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:27

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Se i prelievi non sono ricavi da tassare

di Carlo Ciminiello
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In caso di accertamento fiscale fondato su indagini bancarie, i prelievi riscontrati sui conti correnti, e non giustificati dal contribuente, non costituiscono ricavi da assoggettare interamente a tassazione. Tali movimentazioni vanno necessariamente “depurate” di una corrispondente percentuale di costi (sostenuti). Sulla scorta di tale condivisibile principio la Commissione Tributaria Regionale delle Marche ha recentemente censurato, fra le altre, l’operato dell’Agenzia delle Entrate che aveva recuperato interamente a reddito i “prelevamenti” non giustificati dal contribuente.
LA VICENDA. L’Agenzia delle entrate accertava a carico di un contribuente un maggior reddito di capitale rinveniente dalla rettifica effettuata, per lo stesso periodo d’imposta, in capo alla società di cui possedeva una partecipazione nella misura del 90%. L’Ufficio finanziario, basandosi sulla circostanza che la società era a ristretta base azionaria e/o familiare, aveva presunto che i maggiori ricavi non contabilizzati né dichiarati dalla SRL fossero stati distribuiti come utili extrabilancio ai soci “mancando nella fattispecie, la dimostrazione della destinazione di tali ricavi evasi”. Detti maggiori ricavi, a loro volta, originavano dalle movimentazioni rilevate sui conti correnti bancari intestati ai soci, di cui la società non aveva dimostrato di averne tenuto conto nella determinazione del reddito d’impresa (accreditamenti) o non aveva indicato il beneficiario né la loro destinazione (prelevamenti). Il contribuente impugnava l’atto impositivo dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Macerata che però confermava la legittimità della pretesa tributaria. Avverso la sentenza dei primi giudici il socio proponeva appello eccependo diversi motivi di illegittimità e contraddittorietà della decisone, e riproponeva gli argomenti disattesi dai primi giudici.
LA SENTENZA.La CTR delle Marche ha accolto sostanzialmente le doglianze del contribuente riducendo notevolmente la pretesa impositiva sulla scorta di una condivisibile motivazione. In particolare, il Collegio di appello, ha dapprima ritenuto legittima, in linea di principio, “la presunzione di distribuzione ai soci degli utili extrabilancio accertati in capo alla società”. Peraltro, la ristretta base partecipativa della società non risultava nemmeno contestata. E comunque al contrario di quanto sostenuto dal contribuente, nel caso in esame, il Fisco non ha applicato “il principio di trasparenza di cui all’art. 5 del DPR 917/1986 (concernente le società di persone ed improntato al diverso principio dell’imputazione ai soci del reddito sociale, indipendentemente dall’effettiva percezione), ma proprio il principio (di cassa) dell’imputazione ai soci del reddito delle società di capitali effettivamente percepito come dividendo …”. (Cass. 19803/2003). Pertanto, sulla scorta di tale pensiero della Corte, i giudici di appello hanno ritenuto che “il dividendo distribuito ai soci delle società di capitali differisce dal reddito imputato ai soci per trasparenza nella società di persone”. E ciò in quanto il primo “fa riferimento all’utile civilistico che tiene conto di tutti i costi sostenuti, mentre il secondo al reddito fiscale il quale, include anche costi ritenuti fiscalmente non deducibili”. Ma proprio in virtù di tali premesse confermate implicitamente dalla Suprema Corte (sent. 16885/03) “l’utile da attribuire ai soci deve essere corretto di quei costi recuperati a tassazione dall’Amministrazione finanziaria ma che la società effettivamente ha sostenuto e di cui non è ipotizzabile una distribuzione”!! Nel caso concreto, poi, osserva il Collegio, il maggior reddito accertato dall’Ufficio poggia sull’applicazione della presunzione legale ex art. 32 DPR 600/73 nel senso che tutti i movimenti rilevati sui conti bancari nella disponibilità della società (e cioè versamenti e prelevamenti) sono stati ritenuti “ricavi non dichiarati dalla stessa”. Di talché sul punto i giudici hanno ricordato che “la Corte Costituzionale (con sentenza n. 258 del 2005), nel rigettare la questione di costituzionalità, sollevata con riferimento all’art. 32, comma 1 del DPR 600/73 per la parte riferita ai prelevamenti, si è attenuta alla giurisprudenza di legittimità che aveva in precedenza affermato che in caso di accertamento induttivo di maggiori ricavi l’Ufficio deve tenere conto “della incidenza percentuale dei costi relativi che vanno dunque detratti dall’ammontare dei prelievi non giustificati”!! L’Agenzia delle Entrate, invece, con l’avviso di accertamento impugnato dal contribuente nel determinare il maggior reddito in capo alla società aveva “attribuito ai prelevamenti esclusivamente valore di reddito anziché di ricavi lordi”. Il Collegio pertanto ha ritenuto di censurare pesantemente tale comportamento ed ha riconosciuto al contribuente (per l’attività di commercio all’ingrosso di calzature ed accessori) la deduzione dai ricavi così accertati, di una percentuale di costi sostenuti pari al 70 per cento!
CONCLUSIONI. Vogliamo ricordare sul punto che, in relazione ai poteri attribuiti al Fisco dagli artt. 32 del dpr 600/73 e 51 dpr 633/72, è intervenuta recentemente la stessa Agenzia delle Entrate per rammentare agli Uffici periferici che, «in caso di ricostruzione del reddito d’impresa sulla base del predetto metodo, l’ufficio non può non tenere conto, soprattutto in assenza di documentazione certa, di un’incidenza percentuale di costi presunti a fronte dei maggiori ricavi accertati; regola che, ovviamente, vale anche se in tutto o in parte i maggiori ricavi siano stati assunti tramite indagini bancarie»! E “tale principio va applicato non solo in caso di accertamenti previsti dall’art. 39, secondo comma, del D.P.R. n. 600/1973, ma anche nel caso di accertamenti d’ufficio, nelle ipotesi di omessa presentazione della dichiarazione o di presentazione di dichiarazione nulla, ai sensi dell’art. 41 del D.P.R. n. 600/1973”. Ciò comporta, secondo l’interpretazione della stessa Amministrazione finanziaria, che «nell’ampia gamma di ipotesi sottese allo stesso art. 41, pur sempre in mancanza o nullità della dichiarazione, il riconoscimento di costi deve essere livellato – anche in misura percentualistica – in ragione dei maggiori ricavi accertati sulla base del meccanismo presuntivo di cui al numero 2) dell’art. 32, senza peraltro che pregiudizialmente debba essere trascurata la presenza in una contabilità ordinata di costi regolarmente registrati». Più chiaro di così!

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