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Chi ha ucciso Regilla signora di Canosa?

di Giacomo Annibaldis
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L’assassinio di Regilla dovette per molto tempo alimentare i pettegolezzi della corte imperiale dopo il 160 dopo Cristo. A Roma se ne dovette parlare a lungo, anche perché suo fratello, Appio Annio Atilio Bradua, intentò un processo a carico del cognato, il ricchissimo e potentissimo Erode Attico. Un processo che si configurò come uno scontro tra la nobiltà romana e i potentati degli «uomini nuovi» forestieri.
Nella vicenda della morte della matrona c’erano tutti gli elementi per un giallo politico, che rischiava di turbare gli equilibri dello Stato e perfino di gettare fango sulla famiglia imperiale di Marco Aurelio. L’imperatore provvide a risolvere l’inghippo scagionando l’amico Erode Attico, accusato di uxoricidio; e provvide a mettere tutto a tacere.
A questa pagina di grande interesse e increspata di inquietudini la storica inglese Sarah B. Pomeroy dedicò due anni fa un’indagine, che ora viene proposta in Italia dalla casa editrice Laterza con il titolo L’assassinio di Regilla (pp. 223, pp. 15). Il volume - come recita il sottotitolo «Storia di una donna, del suo matrimonio e del tempo in cui visse» - tende piuttosto a ricostruire la biografia di una donna romana del II secolo dopo Cristo, che non a investigare sul fatto di sangue e sull’esito del processo. La storica Pomeroy lo fa con «stile anglosassone», cioè con una chiarezza e una facilità che sarebbe lodevole se non fosse talmente eccessiva e ripetitiva da apparire più una conferenza per una scolaresca che non un volume di storia ben narrata. Peccato.
La vita di Regilla - il cui fluviale nome era Appia Annia Regilla Atilia Caucidia Tertulla - e la sua vicenda restano comunque di grande interesse. Perché, pur non essendo una regina o una principessa reale, la donna rivestì un ruolo rilevante nella società romana, e soprattutto lasciò tracce in monumenti ed epigrafi, dedicatigli dal marito con un esagerato dolore che non mancò di suscitare ancor di più il sospetto.
A noi pugliesi la vita di Regilla interessa in maniera particolare, perché il territorio di Canosa ricadeva nei possedimenti della sua famiglia, gli Annii. Ed è quasi certo che la fanciulla fosse vissuta per un qualche tempo in Puglia (senza dubbio dovette qui fermarsi quando si trasferì con il marito in Grecia). Perciò Erode Attico, come un benefattore, si fece promotore della costruzione di un acquedotto a Canusium (e forse anche del grande tempio a Giove Toro).
Naturalmente la vicenda umana di Regilla non può essere ricostruita se non attraverso il più noto marito. Erode era uno dei più ricchi e colti uomini dell’impero. Era greco di origine, ma a Roma aveva percorso l’intero corso degli onori e delle magistrature; e fu, grazie anche alla sua erudizione (è considerato un rappresentate di spicco della Seconda Sofistica), tutore del futuro imperatore Marco Aurelio.
In realtà, per essere un filosofo, stupiscono i suoi eccessi: violento, dispotico, cinico, ce lo raffigurano le testimonianze: aveva osato alzare le mani sul futuro imperatore. Il sapiente Frontone lo definì in privato «un boia». Era affettato nei modi e nella cura dell’aspetto e - a quanto pare - aveva favorito la rinascita dell’omosessualità, sulla scia di un Rinascimento dell’antica Grecia. Sempre Frontone lo scherniva chiamandolo: «graeculus», il «grecuncolo».
A quarant’anni circa era ancora scapolo. E naturalmente il suo matrimonio con la piccola Regilla, che aveva 13-14 anni (era nata nel 125 d. C.), era mirato a coronare la splendida ascesa di Erode, perché la ragazzina romana era parente dell’imperatrice Faustina.
La loro unione getta ulteriore luce sui matrimoni misti nell’impero romano del II secolo, che sembrarono obbedire a una politica d’integrazione (le stesse figlie di Marco Aurelio andarono spose, Lucilla a un «homo novus» di Antiochia, Annia Faustina al figlio di un filosofo della Paflagonia). Tuttavia, naturalmente, i matrimoni misti comportavano anche uno «scontro» tra culture diverse.
È appunto questo appare essere il vero dramma di Regilla, libera ragazza romana sradicata dalla grande metropoli e portata dal marito incurante in Grecia, presso Maratona, periferia dell’impero. Sulle incomprensioni e sulla violenza di Erode si diffonde la storica Pomeroy, mettendo in luce le diversità di concezione sulla famiglia. Dissapori acuiti dal vedersi un marito molto più attento ai giovani «trophimoi», i suoi ragazzi adottivi e amati molto più che i propri figli. Amanti.
Dopo aver partorito quattro figli, in attesa del quinto - era all’ottavo mese - Regilla si vide punita per futili motivi - per comando del marito - da uno dei suoi liberti (schiavi liberati), Alcimedonte. La trentacinquenne Regilla non sopravvisse alle umilianti percosse: un calcio al ventre le fu fatale (come lo era stato quello sferrato da Nerone a Poppea Sabina).
Nessuno pagò per questo affronto e per la morte. L’imperatore scagionò il marito Erode, dando l’intera colpa al liberto. Che tuttavia non subì pena. Lo vediamo infatti onorato e stimato ancora quindici anni dopo.
Tuttavia templi, teatri, ninfei, tombe e cenotafi, arricchiti con marmi e statue, furono edificati e dedicati dal marito affranto - eccessivamente - alla moglie «virtuosa» e «luce della casa». Per tutto l’impero, a Roma e in Attica, a Corinto e a Olimpia. Sicché anche l’archeologia contribuisce a ricostruire questo aspetto celebrativo della vita di Regilla.
Ma sulla sua morte le ombre persistono.

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