Martedì 26 Marzo 2019 | 17:03

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Il «socialismo» del divo Giulio fra i draghi del mercato

di Giuseppe De Tomaso
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Se la spina di Silvio Berlusconi si chiama Gianfranco Fini, la spina di Giulio Tremonti si chiama Mario Draghi. In attesa del congresso del Pd, che dovrebbe assegnare i gradi di anti-Cavaliere a Pierluigi Bersani o a Dario Franceschini, l’opposizione politica al governo è rappresentata dal presidente della Camera mentre l’opposizione economica al Tesoro si identifica nel Governatore della Banca d’Italia. Lo scenario è insolito e singolare, ma, si sa, le regole e la prassi del potere, nello Stivale, sono più imprevedibili di un’estrazione al Superenalotto. Spesso gli alleati si trasformano in avversari, o viceversa, in una sorta di scambismo politico che ricalca la disinvoltura di certe coppie poco votate alla monogamia.

E’ noto. La scelta del nemico o del rivale di turno ha la sua importanza nella carriera di un uomo pubblico. La legge dell’amicus-hostis vale pure in altri campi, ad esempio lo sport, come dimostrano le ripetute urticanti sortite di tre antipatici per definizione: Marcello Lippi, Diego Armando Maradona e Josè Mourinho. Questi tre non sono antipatici solo per ragioni genetiche, sono antipatici anche o soprattutto per convenienza e convinzione, cioè per calcolo. I tre non sono a caccia della patente di Antipatici, che pure assicura titoli e interviste su giornali e tv. I tre sono innanzitutto a caccia di nemici, avversari e rivali perché solo così il loro astro brillerà più delle luminarie di una festa patronale. Idem in politica. Ma non divaghiamo. 

Tremonti è il Mourinho del governo. Il tecnico interista è inclassificabile: lo dànno per offensivista, ma nei fatti è un difensivista. Così il ministro dell’Economia. Lo dànno per alfiere della tradizione di destra (Dio, Patria, Famiglia), ma nei fatti lui sembra incarnare il ritratto che il suo pigmalione Rino Formica compose su queste colonne: «Giulio? Un extraparlamentare di sinistra, costretto a fare l’ultrà di centro, anche se non gli riesce».

Intendiamoci. Tremonti non è un politico qualsiasi. Sa di cosa parla, perché ama leggere più che scrivere o dichiarare. E, come molti assetati di letture, coltiva il gusto del paradosso e della provocazione. Ma a furia di spiazzare i benpensanti e di sorprendere amici e nemici egli rischia di ritrovarsi altrove, ora a destra della destra ora a sinistra della sinistra. Anche quella più estrema. Tanto da creare seri problemi di identità agli uni e agli altri.

L’ultimo caso riguarda la questione del posto fisso. Finora, soltanto Giorgio Cremaschi, leader dell’ala dura della Cgil, si ostinava a tessere le lodi dell’occupazione personale a vita. Gli altri leader sindacali, sia pure tra mille mal di pancia, avevano riconosciuto che la mobilità e la flessibilità non sono il diavolo e che nell’era della competizione internazionale gli eccessi di rigidità non possono che danneggiare le imprese e gli stessi lavoratori. Ma Tremonti, che non perde occasione per rendere omaggio a un signore come Karl Marx (1818-1883), da anni pressoché ignorato a sinistra, ieri ha portato acqua al mulino ideologico del «posto fisso», sostenendo che «la mobilità non è un valore in una struttura come la nostra» e che il lavoro assicurato a tempo indeterminato costituisce «la base per la stabilità sociale». Roba da applausi a scena aperta in un’assemblea socialcomunista, e da volti pensierosi in una riunione di Confindustria.

Se la realtà fosse più immobile delle Piramidi, Tremonti avrebbe centomila ragioni da vendere. Anzi, per la sua fondatezza, la sortita sul posto fisso migliore del posto mobile risulterebbe ovvia come le banalità di Catalano, personaggio televisivo di successo inventato da Renzo Arbore più di una ventina di anni fa. Ma la realtà non è immobile come una statua. Anzi, come dimostrano i miracoli economici di Cina, India e Brasile, il futuro sfugge anche alle previsioni degli studiosi più accreditati. Nessuno, inoltre, sa quali nuove attività si svolgeranno tra 10-20 anni né quali lavori, o prodotti, subiranno la bocciatura da parte dei consumatori. Rilanciare il tabù del posto fisso può comportare due rischi: mantenere in vita aziende palesemente decotte e ritardare l’ingresso di nuovi protagonisti sul mercato, compresi i giovani alla ricerca di prima occupazione. Col risultato che i garantiti risulterebbero sempre più garantiti, e i non garantiti sempre meno garantiti, visto che le aziende conterebbero fino a 10 prima di assumere bravi giovani. Diverso sarebbe il discorso se gli assegni di disoccupazione consentissero a chi ha perso il lavoro, soprattutto nelle mini-imprese, di riqualificarsi per un altro mestiere attutendo così l’impatto psico-economico della perdita del posto.

Comunque, è da attendersi a breve un intervento di Draghi. Il governatore, quasi certamente, senza citare Tremonti, farà il controcanto al ministro, riproponendo l’elogio della libertà economica e della mobilità occupazionale. Il titolare dell’Economia replicherà alla sua maniera, scagliandosi contro gli aedi del mercatismo. E ogni riferimento a Draghi risulterà (non) volutamente casuale. In attesa della prossima puntata: Draghi versus Tremonti, e viceversa. Oppure, come variante politica: Fini versus Berlusconi, e viceversa.

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