Lunedì 25 Marzo 2019 | 15:52

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Feltrinelli, benvenuti all'ipermercato della cultura

di Alberto Selvaggi
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Sono le 10 e il sesamo a vetri della Feltrinelli è già umettato di impronte di mani che premono. Per la miseria; una roba del genere la vedi soltanto ai concerti delle cavie di «X Factor» o ai provini di «Amici».

Entro e due ragazzine tintinnanti di piercing mi travolgono senza scusarsi, salendo al piano dei dischi.

Incoccio subito in un amico gay: «Ehilà, sei sveglio?» fa. No, non veramente. Signore squisito, assai più istruito di me, gli chiedo di farmi da Virgilio nel purgatorio della memoria svanita: «Scusa, come si chiamava lo scrittore francese che si incontrava con Wilde in Algeria? Cercavo i suoi diari, il nome non mi viene». «Ah, Gide forse». Sì.

Lame di luce attraversano il lucernario latteo del tetto mentre la gente guadagna i posti a sedere: il salotto circolare che a mo’ di piazza convoglia e smista, le poltrone per i solitari, divani per coppie e filonisti.

Questa non è una libreria ma un’astronave che ha realizzato il miracolo di vendere libri a un popolo alieno dalla cultura. Testa d’ariete di un colosso dell’editoria impegnata, ricalca - un classico - i canoni dei megastore del consumismo statunitense. E aspergendo frivolezza chic sulla materia stantia si è fatta polo attrattivo, raffinato supermarket per un’umanità variegata.

Orde di scioperati vi si riversano come nelle discoteche o nei bar di tendenza, amalgamati ai lettori forti e ai muffosi accademici. Spesso assumendo, per condizionamento ambientale, maniere civili stridenti con la natura di bestie che torna a irrompere appena varcata l’uscita. Ciuchi patentati, individui che guardano alla pagina scritta come Satana al crocifisso entrano in code sciamanti ed escono carichi di novità editoriali, penne fluorescenti, mp3.

Un conoscente munito di gambe taralliformi, pregevole venditore di mutande, preoccupato dal fenomeno che rischia di snaturare la città greve si tuffa nella marmaglia atteggiata a cogitare. Becca un compare immerso in un volume di astrologia dalla copertina giocondamente adorna di animali iperurani e gli assesta una sberla sulla nuca in cui si irradia un quoziente intellettivo 0,5: «Ma che ci fai qua se non hai mai letto manco “Topolino”?». Così tronca sul nascere la carriera di un erudito.

Tutt’attorno volumi destinati a sfarinarsi dopo 70 anni circa, tascabili dalla vita media di 20, 30: i libri antichi, in carta di stracci, li abbiamo tra le mani ancora vivi. Più in là il bar salottino. Al piano superiore il suono, film.

Scorgo pupille guizzare dietro i deretani di commesse zigzaganti come farfalle nel vento, molte convergono su un’avventrice dalla carnalità opulenta. Anch’io guardo ma rido sonoro nel petto: «Ah ah ah!». Perché il personale, la security non sanno chi ciclicamente viene a visitarli.

È il Defecatore. Io lo conosco. Serio, cuore di giglio, imponente, chiede ogni volta di consultare libri eletti: «Avete per caso “Premesse della politica” di La Pira?». Poscia, afferrati i tomi, si avvia verso il bagno, inesorabile. S’asside con l’autorità di una madia secentesca e leggendo piaga la tazza di boli di cammello con il suo impeto d’intestino.

Un giorno domandai al Defecatore: «Perché lo fai?». «Mi è comodo e necessario» fu il suo imperscrutabile criterio.

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