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In Cina l’ecologia fa l’uomo miliardario

di Lorenzo Ciccarese
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Quando nel 1985, Wang Chuanfu, giovane di 29 anni nato in una famiglia contadina, fondò la BYD (acronimo di Build Your Dreams), di sicuro non poteva immaginare di diventare, 24 anni dopo, l’uomo più ricco della Cina e di guidare un’azienda di 130 mila persone. Già leader mondiale di batterie per telefoni, nel 2003 Wang decide di assorbire una fabbrica di auto in fallimento e di avviare la produzione di un’auto elettrica, la F3DM, ormai diventata la principale rivale della giapponese Toyota Prius nel mercato delle auto elettriche. E Wang vuole andare oltre: diventare il maggiore produttore di auto elettriche entro il 2025. Per iniziare, dal 2010 la F3DM, la berlina made in China sbarcherà in Europa.
«Come imprenditore - afferma Wang - sono guidato da un duplice obiettivo: il primo è quello di immaginare modi sempre nuovi di fare business e “business competition”; l’altro è di perseguire la responsabilità sociale dell’impresa e la salute del pianeta». Come a dire: si possono fare quattrini anche rispettando l’ambiente.
La filosofia e il successo della BYD hanno attratto l’attenzione di analisti finanziari e investitori occidentali. Tra cui, ultimo, quella del miliardario americano Warren Buffet, che ha investito 250 milioni di dollari per acquistare il 10% della società.
Come Wang, tantissimi altri manager, di grandi e di piccole imprese, hanno intuito che l’ambiente non è solo una roba da «tree-hugger» o «birkenstock-people» (il marchio-epiteto per gli ambientalisti americani troppo conservazionisti) o da «popolo dei no» (lo stigma velenoso e ingiurioso appiccicato a quelli italiani). L’ambiente è sempre più una opportunità di investimento e di business. E i cambiamenti climatici non sono solo una teoria scientifica, anzi una circostanza per lo ripresa e la ristrutturazione delle economie. Le imprese sono sempre più attente alle trasformazioni «verdi» del mercato e investono sempre di più in progetti che le impegnano nella conservazione delle risorse naturali, nello sviluppo di tecnologie che aiutano a mantenere l’acqua e l’aria più pulita, a ripulire suoli contaminati, a sviluppare pratiche produttive ambientalmente responsabili, a produrre e scoprire nuove fonti energetiche rinnovabili.
In questo ultimo settore, le imprese più attive in investimenti verdi sono i giganti dell’industria petrolifera. L’emblema di questo cambiamento è la BP che ha addirittura cambiato il significato dell’acronimo BP, da «British Petroleum» a «Beyond Petroleum», cioè oltre il petrolio. (Anche se, dopo qualche recente retromarcia verso gli idrocarburi, i malevoli l’hanno ribattezzato «Back to Petroleum»: ritorno al petrolio.)
Ovvio che anche qui non mancano rischi. A marzo di quest’anno, complice anche la crisi economica, la Shell ha abbandonato la costruzione del più grande parco eolico off-shore al mondo, al largo della costa del Kent, ormai divenuto il simbolo del futuro energetico pulito del Regno Unito, scegliendo viceversa - con il petrolio all’apice di 120 dollari Usa al barile - di investire sulle sabbie bituminose canadesi.
Ma ormai il semaforo è verde. A fine giugno 2009 Jeffrey McDermott ha lasciato la banca d’investimento UBS per fondare Greentech Capital Advisors, la prima grande banca d’investimento esclusivamente dedicata a imprese produttrici di energia verde. Ma sono tante le grandi banche d’investimento, da Goldman Sachs a Citi da Morgan Stanley a Barclays, che investono in imprese che hanno altre linee imprenditoriali, ma che si orientano sempre più su iniziative verdi o prodotti eco-sostenibili. E ieri, i governatori di dieci stati del Mid-West Usa, per combattere la disoccupazione, hanno firmato un accordo per attrarre investimenti (e parte dei 76 miliardi di dollari stanziati ad hoc dal Recovery and Reinvestment Act emanato dall’amministrazione Obama all’inizio dell’anno) nel settore della produzione di energia pulita e della trasmissione e della distribuzione intelligenti dell’energia.
Un segno di questa trasformazione viene anche da quelle imprese che hanno sentito la necessità d’effettuare investimenti di tipo volontario per ridurre la loro «impronta ecologica» o annullare le proprie emissioni. Le motivazioni sono ideali ed etiche, ma anche pragmatiche: risparmiare sul costo dell’energia rende l’azienda più competitiva e i soldi risparmiati possono essere spostati sulla ricerca e sull’innovazione. Infine, il green marketing può essere utile per migliorare l’immagine dell’organizzazione nel mercato.
La Federlegno-Arredo (la federazione italiana delle industrie del legno e del mobile) e Greenpeace hanno sottoscritto un accordo per combattere i tagli illegali di foreste e per evitare che il legno illegale arrivi alle nostre imprese e soprattutto per scongiurare il rischio di acquistare legname i cui proventi possano servire ad alimentare conflitti armati. Le imprese italiane partner del progetto Bioforest, guidate da Valcucine, finanziano progetti di riforestazione in Italia e all’estero nel rispetto della biodiversità, sostenendo attività di ricerca scientifica nelle aree di intervento e promuovendo iniziative di educazione ambientale, informazione e sensibilizzazione sui progetti e sulle iniziative portate avanti. I prodotti si arricchiscono di un valore per i clienti, consapevoli di acquistare made in Italy non solo di (riconosciuta) qualità, ma anche di responsabilità.

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