Mercoledì 27 Marzo 2019 | 01:37

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Politica e affari inciucio all’italiana

di Lino Patruno
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La verità è che chi non frequenta è perduto. Lezione del prof. Tarantini, bisogna tenere alto il livello delle proprie relazioni personali. E mica solo per diventare miliardari. Anche per ottenere un documento, per non aspettare sei mesi una visita medica, per passare dalla porta di servizio e fregare la coda: si deve conoscere qualcuno. Figuriamoci per un’assunzione, una consulenza, un incarico. Ovvio poi che chi concede possa chiedere a sua volta, quando in maniera spiccia non sia già stato regolato tutto, mi raccomando niente assegni o carta di credito. Siamo una società basata sullo scambio, non fai un passo in avanti senza la mediazione fra ciò che ti spetta e chi te lo deve riconoscere, fra il tuo valore e il tuo diritto.
 Per questo è strano sentir esprimere sdegno per il «sistema Tarantini», l’imprenditore barese più citato della storia. Certo, per tener alto il livello delle proprie relazioni personali non ci sono solo lo spaccio di signorine, le feste o la cocaina, tecnica che egli stesso avrebbe teorizzato se corrispondono al vero le intercettazioni telefoniche. Sistema costoso, ancorché un investimento. Ma il principio della rete degli amici trasversali è quello, buoni rapporti con tutti, perlomeno con chi conta, tutti domani potrebbero essere utili.
 Così in Italia prospera una categoria perlopiù sconosciuta altrove, a metà strada fra chi chiede e chi concede, sia imprenditore che professionista che operaio. È appunto la «conoscenza», quella cui portare doni anche per ottenere quanto dovresti senza conoscenze, il meccanismo da oliare sia pure soltanto scappellandoti. Figuriamoci per ottenere quanto non ti spetta. Categoria che va dal semplice amico all’onorevole. Figlia di una mentalità nazionale costretta alle vie traverse nel rapporto con ogni potere. E tanto più sviluppata quanto più profonda è l’intromissione della politica ovunque nel Paese più statalista al mondo, lo Stato prezzemolo in ogni minestra. A cominciare dalla sanità. Qualcuno deve spiegare perché il direttore di una Asl deve essere scelto dalla politica e non con un concorso che presumibilmente premi il più capace. Direttore cui spetta poi nominare i primari, e solo Alice nel paese delle meraviglie può credere che sia sempre nominato il migliore e non il più vicino politicamente. Il quale a sua volta, quando deve ordinare una protesi, può essere tentato di rivolgersi all’azienda anch’essa vicina politicamente. La quale a sua volta può ritenere opportuno sdebitarsi politicamente, le spese sono alte e c’è una campagna elettorale all’anno. Ma siccome sdebitarsi è un onere (sia pure a botte di cene, di sesso, di viaggi, di sballo) l’azienda deve un po’ rivalersi sui prezzi, pagati con soldi pubblici, cioè con le nostre tasse: che possono aumentare tanto più quanto il sistema è diffuso e il «buco» più ampio.
 Ma non è solo la sanità. La scelta politica incombe anche per i magistrati, i professori universitari, i dirigenti della tv, i consigli di amministrazione, i sovrintendenti vari, i festival, le sagre, le bocciofile. E anche qui minaccia di vincere chi sa meglio applicare il suddetto «sistema Tarantini». E poi la ricca torta degli appalti, perché l’Italia è anche il Paese al mondo col più alto numero di imprenditori che lavorano con denaro pubblico e non col proprio, che vanno sul sicuro più che rischiare, che all’incertezza del profitto preferiscono la certezza della rendita. E il Paese nel quale, per la verità, si cerca alla fine di accontentare tutti, un pezzo d’appalto ciascuno, così si allarga anche il giro della conoscenza e della riconoscenza.
 Questo spiega perché da noi non si privatizza nulla, non conviene a nessuno. E spiega anche perché il costo dello Stato e delle sue appendici sia il secondo-terzo più alto al mondo. Ed inutile chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina, se sia stata la politica a creare i Tarantini o i Tarantini a creare la politica. La verità è che Tarantini non sarebbe nato senza quella politica e che quella politica non sarebbe cresciuta senza i Tarantini. Come due specchi, uno riflette e alimenta l’altro, anche se non tutti gli imprenditori per fortuna sono Tarantini e non tutti i politici sono sensibili ai Tarantini.
 Perciò ha ragione il presidente pugliese Vendola quando dice che Tarantini è «un eroe del nostro tempo». Un eroe per il quale, all’uscita dal carcere, c’era la piccola folla che circonda i divi. Perché Tarantini, diciamoci la verità, è uno che ha esagerato e la magistratura dovrebbe dire quanto. Come possono aver esagerato alcuni politici, che Vendola rivendica di aver spazzato al primo allarme. Ci piacerebbe che fosse spazzato tutto, ma davvero tutto. Una speranza ardita finché un sistema della politica sarà una calamita per un sistema degli affari. E finché un sistema degli affari potrà sempre provarci in presenza di un certo sistema della politica.

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