Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:02

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Formula B il testacoda di una vita spericolata

di Giuseppe De Tomaso
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Rimarrà il geometra più ricco e famoso del pianeta. Casa di 1500 metri a Londra, appartamento di 480 metri su Central Park a New York, dimora da sceicco nella capitale di Sarkò e Carlà, tenuta senza confini a Malindi in Kenya. In Italia solo vacanze smeraldine, a bordo di un favoloso 48 metri per anni affollato di veneri adoranti e ora affidato alla briatoressa Elisabetta Gregoraci, consorte dell’armatore proprietario.
Il titolare di cotanta fortuna, che ieri ha vissuto la giornata più amara della sua irresistibile ascesa, si chiama Flavio Briatore, un playboy che dopo aver stregato dee del calibro di Naomi Campbell ed Eva Herzigova, e dopo aver riconquistato con la Renault di Fernando Alonso, la vetta della Formula Uno sottoposta alla pluriennale dittatura del tandem Ferrari-Schumacher, si è visto cacciare dall’Olimpo dei motori come un volgare imbroglione, capace di truccare l’esito di una gara «ordinando» a un suo pilota di uscire di pista onde spianare la strada della vittoria al suo più valoroso caposquadra.
Uno schiaffo internazionale sul volto del Geometra, che evoca automaticamente un altro noto manrovescio: quello rifilato dal sistema calcio a Luciano Moggi, l’ex burattinaio del pallone che se avesse avuto il fisico aitante e l’harem da copertina, sarebbe stato il fratello gemello di Briatore.
Se Vasco Rossi lo avesse conosciuto, si sarebbe ispirato a lui, a Briatore, anzichè a Steve McQueen (1930-1980), per il testo di Vita spericolata. Infatti. Se il sogno improbabile degli americani si chiama Bill Gates, se il sogno impossibile dell’italiano medio si chiama Luca Cordero di Montezemolo, il sogno possibile dei signor Rossi si chiama Briatore. Sì, perché se il modello Montezemolo è inarrivabile e inimitabile per svariate ragioni (natali, cognome, amicizie, classe, relazioni, curriculum), il modello Briatore era e resta, invece, a portata di mano. Flavio è il ragazzo della porta accanto, metà scapestrato metà simpatico (secondo la definizione attribuita a Luciano Benetton) che, senza aprire mai un libro scolastico, ma affidandosi esclusivamente all’intraprendenza malandrina e alla predisposizione per il savoir faire, che lo hanno trasformato nell’uomo-marketing di se stesso, è riuscito a condurre la sua esistenza, predestinata alla noia e all’anonimato, nel paradiso del piacere e dei miliardi, del successo e dell’eccesso.
Fino a ieri, neppure qualche stupefacente testacoda giudiziario aveva fermato la sua fuga dalla malinconica e nebbiosa provincia piemontese fino ai fasti delle piste, del Billionaire, dei locali cult della Versilia, del jet-set modaiòlo. E pensare che Briatore si diplomò geometra (minimo dei voti) con una tesina degna del ragionier Fantozzi, non di un collezionista di strafiche. Eccola: come si costruisce una stalla. Certo Briateur (così lo etichettano i francesi) non aveva mai varcato l’uscio dei salotti buoni, che sono più impenetrabili di un bunker, ma come per tutti i parvenu, la sua rivincita si è realizzata nella creazione di un genere, di uno stile che ha fatto breccia soprattutto nella Razza Cafona, nella Razza Godona o nella Razza Guascona, ma che di sicuro si è rivelato indice di originalità e di riscatto sociale. Per non dire di sublimazione antropologica.
A differenza dei mitomani che si divertono a chi la spara più grossa in tema di trofei femminili, il tipo alla Briatore non perde mai tempo. Non sfoglierà i testi di scuola, ma andrà a Londra a perfezionare l’inglese. Non potrà sfoderare i biglietti da visita dei manager cresciuti alla McKinsey, ma, grazie alla talentuosa fantasia italica esaltata dai Cagliostro e dai Casanova, al vir briatorus nessun traguardo è precluso. I mille mestieri sono il suo valore aggiunto. L’edonismo, condito dal paraculismo, è l’asso nella manica del briatorismo: un pacchetto azionario di profumi e champagne, panfili e bolidi, donne e motori (per Flavio solo gioie e finora niente dolori).
Ma, c’è un ma. Il briatorismo è la versione internazionale del moggismo, visto che nei suoi approdi sportivi e muliebri l’inglese è la lingua madre. E qual è il comune denominatore del briatorismo e del moggismo? La strafottenza, l’egotrofia, la protervia e il primadonnismo tipici di tutti i bel ami   maupassantiani, di tutti i figli di buona donna che ce l’hanno fatta. Prima o poi gli amici-nemici te la faranno pagare. Prima o poi cercheranno di espellerti definitivamente dal club dei potentissimi. Una condanna più dolorosa e infamante di un ergastolo.
Già gli italiani, ma non solo loro, perdonano tutto - avvertiva Enzo Ferrari (1898-1988) - tranne il successo. Figurarsi se i Poteri Forti, nazionali e internazionali, possono perdonare il successo dei Moggi e dei Briatore, che anziché farsi perdonare la deificazione in terra, ti sbattono ogni giorno il loro strapotere sotto il naso, interpretando la legge più come un consiglio che come un argine alla propria innata e incontenibile spregiudicatezza. E così alla loro successiva fesseria, illiceità o spavalderia da (presunti) Intoccabili, la vera Casta degli Intoccabili emette la sua sentenza: vade retro Briatore, e altolà al briatorismo, stadio, anzi peccato mortale, dei briatori di tutte le latitudini.

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