Martedì 19 Marzo 2019 | 15:37

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Se il faccendiere è più corteggiato dell’ingegnere

di Giuseppe De Tomaso
di Giuseppe De Tomaso

Sosteneva il filosofo e scienziato persiano Avicenna (980-1037) che un grammo di potere pesa più di una montagna di sapere. Vivesse nell’Italia 2009, il pensatore arabo aggiornerebbe così la sua massima: un grammo di potere pesa più di una montagna di averi. Non si comprenderebbe altrimenti, infatti, come mai, posti davanti al bivio tra profitto e potere, molti uomini dell’economia e dell’impresa preferiscano gli orpelli del secondo agli agi del primo. Sarà perché la vita politica è più allettante e meno faticosa dell’attività in azienda? Sarà perché, come insegna un detto siciliano, cummannari è megghiu ca futtiri? Può essere.
Sta di fatto che, ad onta di tutte le attestazioni di sfiducia e di tutte le requisitorie giornalistiche, la politica risulta più seducente di una crociera con Ilaria D’Amico.
Lavorare stanca, scriveva Cesare Pavese (1908-1950). Lavorare stanca sia da dipendenti che da indipendenti, sia da lavoratori che da padroni. Forse va cercata in questa riflessione una fra le cause del declino europeo, italiano e meridionale. Non è solo una questione di mutui concessi o negati troppo facilmente, né è solo colpa del caro-energia o degli errori delle banche centrali. La crisi dell’Europa, che è ancora più grave in Italia e soprattutto nel nostro Mezzogiorno, sembra figlia di quella neghittosità di fondo, a metà tra l’ipocondria e il fatalismo, che si aggira anche in larghi strati dei ceti produttivi, portati più ad affollare le anticamere dei potenti e le sale vip degli aeroporti che i cantieri e i capannoni delle proprie imprese. Per cui, càpita spesso che non appena un artigiano raggiunga lo status di imprenditore, anziché pensare a moltiplicare valore e ricchezza per l’azienda e per i dipendenti, non indugia nemmeno un minuto a tuffarsi nell’agone della politica, con la stessa voluttà con la quale l’olimpionico Klaus Dibiasi si lanciava nella piscina dalla piattaforma dei dieci metri.
Né contribuisce a smorzare gli appetiti di visibilità e onori pubblici la considerazione brevettata da Winston Churchill (1874-1965) secondo cui la politica è fatica senza lavoro e ozio senza riposo. L’attrazione del potere è così irresistibile, ma anche fatale, da porre in secondo piano l’altra grande sete che accompagna l’umanità dalla notte dei tempi: la voglia di denaro. Sulla carta, non ci sarebbe nulla di male nel mettere a disposizione della società le competenze e le esperienze maturate ai vertici di un’impresa agricola, industriale o commerciale. Ma se tutti si adeguassero all’andazzo, cosa rimarrebbe del parco produttivo di una nazione o di una regione? Poca cosa. Chi penserebbe a creare nuove occasioni di lavoro? Bah.
La questione è ancora più grave nel Sud, che non possiede un tessuto industriale in grado di allargarsi in autonomia. Nel Sud la cultura del mercato (latitante) viene sovente confusa con la cultura dello scambio (assai diffusa): i diritti e la trasparenza, nella Bassa Italia, tendono a essere sostituiti dai favori e dalle concessioni da parte della corte del Principe. Uno scenario che produce effetti dirompenti e sconvolgenti nel rapporto tra imprese e politica. Alcune imprese, sempre a caccia di incentivi, investono più nei faccendieri in grado di ottenere i placet degli amministratori pubblici che negli ingegneri capaci di fare breccia nella testa e nel portafogli dei consumatori. Non a caso la politica degli incentivi spesso determina la proliferazione di nuove categorie professionali, tra le quali svettano, appunto, quelle dei procacciatori di affari e quelle dei frequentatori delle stanze e dei salotti che contano. Ma come farà a decollare il Mezzogiorno se la figura del faccendiere sarà più richiesta, nell’offerta di lavoro, della figura dell’ingegnere? Già. Come farà?
La politicizzazione dell’imprenditore, una metamorfosi che farebbe inorridire la buonanima di Joseph A. Schumpeter (1883-1950), massimo studioso e cantore della «distruzione creativa», non esaurisce qui i suoi contraccolpi negativi. Produce, ad esempio, un ulteriore squarcio al velo di trasparenza che dovrebbe coprire i rapporti tra politica e imprese, istituzioni e mercato. Per cui di contiguità in contiguità, nel Mezzogiorno di più, nel resto d’Italia di meno, aumentano i casi in cui è la politica a scegliere l’imprenditore, anzi a stabilire chi dovrà fare l’imprenditore, che, a sua volta, non sarà grato ai suoi clienti o ai suoi committenti, ma cercherà sempre di assecondare i capricci e i desiderata del suo feudatario. Le corruzioni, le malversazioni al centro delle indagini giudiziarie, non sono figlie del destino cinico e baro, ma sono il prodotto inevitabile di certi intrecci perversi, in cui gli stessi ruoli (politici e imprenditori) si confondono come gli aerei sotto un nebbione.
Finale. Fino a quando non si spezzerà questo circolo vizioso, che vede politica e economia legate come fratelli siamesi, neppure una cura a base di viagra finanziario potrà rivitalizzare in Mezzogiorno. Se nel Sud (ma il discorso vale anche per il Nord) non verrà bonificato il cattivo rapporto tra politica e settori rapaci dell’imprenditoria, la stessa riforma del federalismo fiscale provocherà più danni che vantaggi. Con buona pace di tutte le Casse e gli interventi straordinari vecchi e nuovi.

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