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«Per battere i talebani sfamiamo gli afghani»

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«No, non credo che quell’autobomba fosse mirata contro gli italiani: l’obiettivo degli attentatori era più probabilmente un qualunque convoglio dell’Isaf, la forza internazionale, e su quella strada ne passano a decine». Prima ambasciatore d’Italia, ora rappresentante speciale dell’Unione Europea in Afghanistan: a sentire Ettore Sequi, che da cinque anni fa il diplomatico a Kabul, la strage dei nostri paracadutisti potrebbe essere stata insomma solo una tragica fatalità. «La prova se vuole è proprio nel fatto che abbiano colpito un obiettivo mobile - spiega - quello che penso è che ci fosse la volontà di compiere un’ azione eclatante, e di colpire un convoglio Isaf. Al di là delle dichiarazioni pubbliche e di propaganda, non c’è invece da parte degli insorgenti uno spiccato sentimento antitaliano». 

Quindi avrebbero colpito i nostri mezzi per caso? 
«La strada dove è accaduto l’attentato suicida collega l’aereoporto ad un’area miltare, e da questo punto di vista era il luogo ideale per tendere u n’imboscata ad un convoglio militare, perché di convogli lì ne passano decine ogni giorno. Se avessero voluto colpire simbolicamente l’Italia avrebbero scelto, come hanno dimostrato di saper fare in altri casi, un luogo fisico, un edificio, come ad esempio l’ambasciata». 

Si dice che l’attentato sia stato preceduto da un warning, un allarme, ma che questo sia stato sottovalutato. «La verità è che di warning così a Kabul ce ne arrivano a decine ogni giorno, e spesso sono talmente generici da risultare purtroppo inutili. Se ti segnalano il rischio di una bomba su una Toyota Corolla bianca, lei in mezzora ne incrocia almeno 50 perché qui le Toyota bianche sono come le 500 in Italia quando io ero studente». 

Sfuggire agli attentati è quindi impossibile? 
«Intanto i militari sono più esposti perché si muovono su mezzi immediatamente riconoscibili. Io tolgo persino le targhe diplomatiche alla mia auto di servizio per evitare di far sapere chi sono. Ma se è vero che l’insorgenza sta raffinando le sue tecniche, la buona notizia è che anche le forze di sicurezza afghane stanno rafforzando le loro strutture di intelligence e di prevenzione. Per ogni attentato riuscito, ce ne sono tantissimi altri che per fortuna vengono sventati». 

Come spiega questa impennata di violenza? 
«Qui sta accadendo quello che in una certa fase storica accadde in Italia con la mafia: le nuove leve talebane stanno subentrando alle vecchie. Sono molto giovani, infiltrati da arabi, qaedisti, ceceni, uzbeki, che tentano di scalare le gerarchie interne e di guadagnarsi i galloni esasperando odio e violenza». 

In Italia si sta discutendo sulla possibilità di ritirare le nostre truppe dall’Afghanistan. Secondo lei vale la pena morire per Kabul? 
«Premetto che sebbene sia italiano non mi permetto di giudicare i dibattiti interni all’Italia, che per il ruolo che rivesto devo considerare solo un paese membro dell’Unione e non il mio paese. Dico però che quando ci si riferisce alla sicurezza bisogna intenderla in almeno tre modi. La sicurezza in senso stretto, e fa bene il ministro Frattini a parlare di transition-strategy piuttosto che di exit-strategy, proprio perché l’obiettivo deve restare quello di trasferire gradualmente la sicurezza in mano agli afghani, ed è quello che sta accadendo. Ma sicurezza significa anche conquistare oltre alle menti e ai cuori, anche lo stomaco della popolazione. Se non si crea sviluppo economico è naturale che si infoltiscano le fila della manovalanza talebana: chi si arruola con i talebani guadagna 300 dollari al mese, un giudice dello Stato ne guadagna 100. Immagini un operaio o un disoccupato». 

Qual è il terzo aspetto della sicurezza? 
«E’ la forza e la credibilità delle istituzioni. Le faccio un esempio: il 60 per cento delle cause giudiziarie in Afghanistan nasce intorno a conflitti sui confini dei campi. Ma se i giudici non ci sono o sono corrotti, si lascia spazio all’arbitrato dei talebani che Corano alla mano offrono un verdetto, gratuito ed immediato». 

E quindi? 
«E quindi per realizzare i tre livelli della sicurezza occorre tempo, e credo che questo tempo vada concesso perché già oggi il 60 per cento della popolazione afghana ha meno di 30 anni, e fra 10 anni il 75 per cento me avrà meno di venti. Saranno loro i beneficiari e i garanti del nuovo Afghanistan che stiamo faticosamente costruendo. Se si molla adesso, tradiamo un’intera generazione».

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