Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:04

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La storia d’Italia un budino al sapor di... buonismo

di Alberto Selvaggi
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Walter Veltroni è un uomo buono. Andava in Africa a carezzare le gote dei bambini dimenticati dal mondo. Allestì una rutilante macchina mediatica grande quanto una torta farcita di pistacchio e coriandolo, di carne e di pesce, per anteporre il suo volto di gommapiuma alla maschera d’opale di Berlusconi. E adesso, sì adesso, dall’Aventino ci somministra un libro che segue il malauguroso La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi del 2007.
Prima di tutto il titolo: Noi (Rizzoli ed., pp. 348, 19 euro). Mica poco. Poi il risvolto di copertina, sunto epocale per l’acquirente: «Quattro generazioni della stessa famiglia, quattro ragazzi colti in un punto di svolta che coincide con momenti decisivi della recente storia italiana. Il nuovo romanzo di Walter Veltroni intreccia voci, destini, ricordi, eventi, oggetti-simbolo, canzoni, film, sentimenti e passioni». Praticamente: tutto, come nel progetto politico che i suoi gli mandarono a monte.
Il deputato dal volto duttile ci accoglie subito sulla pagina con un florilegio di suggestioni d’autore. Il bimbo Giovanni nel ’43 guarda l’orologio ad acqua del Pincio e considera che «univa poeticamente tre movimenti: le cascatelle, le lancette e quel signore - proprio quello che sta cominciando a correre e si tiene il cappello pigiato sulla testa». Ergo: «In definitiva è un ruscello d’acqua che provoca la corsa di un uomo». Bello. «Movimento per movimento. In mezzo, la geniale fatica del cervello umano».
Con tutta la stima di Jovanotti.
I lettori apprezzeranno ancora - non è ironia ma constatazione, dati i picchi di vendita già toccati dal volume - di come il piccino, disegnando, realizzasse il «prodigio» di «trasformare il movimento in un’immagine». Usava soltanto la matita nera «in modo tale che nessun grigio fosse uguale a un altro». E terminata l’opera «la vedeva in grigio ma la leggeva a colori». Senza contare che «il grigio è il punto di sintesi tra il giorno, bianco, e la notte, nera». Quindi? Rispondete: «Tra il bene e il male».
Ma Veltroni non è sazio: ci proietta anche nella primavera del ‘63. Siamo in casa di Alberto e del fratellino Andrea, nella quale strascica i piedi nonna Maria. Ebbene, apprendiamo che costei «viveva tra le tagliatelle» (sommersa? adagiata? dormiva in questa pasta a strisce lunghe?) e «i maglioni del figlio e dei nipoti, che meritavano sempre un rammendo o l’onta di una toppa di stoffa sui gomiti». E che onta.
Interessante anche il passo dedicato al budino che dopo «il momento topico» dello «scolo» veniva messo «a riposare»: «C’era dunque dell’umanità in quel nettare. Prima di farsi mangiare, che era il senso stesso della sua natura, doveva prepararsi, farsi bello».
Mmh. Walter anche nelle vesti di narratore non tralascia la sua missione sociopedagogica che qui tocca vette di facoltà persuasiva: «Ad Andrea non piaceva l’idea di usare quegli omini di plastica per fare la guerra, non gli piaceva che, con quei rumori della bocca che simulavano raffiche di mitragliatrice (? ndr), si dovesse fantasticare di qualcosa che era terribilmente reale come la morte di padri e di figli».
Quindi: guerra no, brutta.
Nel capitolo sull’autunno dell’80 l’autore avverte che ciò che è accaduto agli ebrei deportati «domani può toccare ai cattolici, ai musulmani, ai buddisti», quando qualcuno ritiene di essere superiore agli altri. E correda pure il concetto con immagini di esperimenti compiuti dai medici nazisti sui giovani semiti.
Il finalone è affidato a un balzo temporale nell’inverno 2025. Qui appare una madre separata il cui libertinaggio non piace punto alla figlia. «La famiglia era esplosa» (par quasi di udire il «bum» della deflagrazione). Le persone, nel tempo venturo, «si prendevano e si lasciavano con grande facilità. Sembrava come con le porte girevoli di un albergo».
Ecco, da un libro non si può pretendere di più.

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