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Adesso non svegliateci fino a domenica, lasciateci sognare. Basta con le bare di Bergamo, le rianimazioni. Basta con un Paese che va a rotoli, le fabbriche chiuse, i ristoratori in lacrime, le scuole deserte. L’azzurro ci sta ridestando, da un’Italia diventata triste. Le piazze piene, gli abbracci, i baci. Magari qualcuno (fortunato) fa anche l’amore.

Il Covid c’è con le sue maledette varianti, ma ora no, dannato virus arrivato da chissà dove. Ne riparliamo, nel caso, a ottobre.
Non ci svegliate, per pietà, o voi virologi che temete gli assembramenti pazzi di Wimbledon come quelli di Palese-Santo Spirito, periferia di Bari. Sono, siamo folli, Amen. Ma l’uno-due quando ci ricapita. A casa, forza, una dopo l’altra, Francia e Spagna, le poco amate, calcisticamente, e non solo, cugine latine. Se ci fosse il tre, con la Germania, sarebbe estasi pura.

Ci rifaremo - dita incrociate - contro gli inglesi, che pure loro non fanno impazzire dalla simpatia e poi se ne sono pure usciti dalla Ue. Contro ciò che resta, anzi ciò che sta rinascendo delle «Furie rosse», lo stellone italico è stato il dodicesimo uomo in campo, diciamocelo, eppure abbiamo adorato questa partita, la signorilità di Luis Enrique, animo nobile in un fisico segnato dal dolore tremendo.

«Nessuna delle due meritava di perdere. Ben fatto», ha twittato Gary Lineker, uno dei più grandi attaccanti della storia inglese, oggi pungente commentatore, che sui social poco prima aveva chiosato il «superbo» gol del vantaggio di Federico Chiesa contro la Spagna annunciando «cattenaccio òclock», l'arrivo dell’ora del catenaccio. Con i francesi è stato diverso, quella era guerra pura.

L’Italia vuole l'Europeo e non solo Gigio Donnarumma & soci in campo. Non solo il Mancio al bordo del rettangolo verde. Da Torino a Cagliari passando per Roma, Bari, nelle piazze si è scatenata l’euforia. Martedì sera erano attaccati alla tivù 3 italiani su 4, con punte di quattro su quattro. Le notti magiche, per chi - ora pochi capelli, pancia prominente e sogni azzerati dai turbamenti - le ha vissute sono tornate. Avversari tremate. Da un balcone all’altro sono urla di gioia, come mesi fa gli «andrà tutto bene» per esorcizzare la pandemia. Abbracciamoci ed è festa in strada, sperando che a diffondersi non sia più il virus ma solo quella contagiosa sensazione di unità, dello stare vicini che poche vicende generano quanto la maglia della nazionale.

Come nel 2006, quando in un’estate si passò dal dramma (sportivo di calciopoli) al trionfo mondiale.
Gli Azzurri sono noi. O meglio, sono noi ora che abbiamo preso atto di essere un popolo privo di stelle di prima grandezza, ma che compensa con la forza del collettivo. Una pattuglia compatta, veterani e giovani, tutti persuasi dal ct e dal suo staff ad abbracciare un calcio propositivo, alla ricerca del piacere di giocare divertendosi e trasmettere spensieratezza. Tutto condito dalla fortuna, che se manca addio.

Quest’anno in Europa l’Italia ha vinto la partita politica (con se stessa, più che altro) del Recovery, e grazie alla musica dei Maneskin ha conquistato l’Eurovision. Con il calcio, può siglare un «triplete». Non è solo sport, sudore e orgoglio, è anche la qualità della comunità. Una traccia già vissuta tra sofferenza, speranza e infine gioia irrefrenabile che diventa lo spirito, la voglia di esserci, di partecipare. Nessuno si sente superiore agli altri. Nessuno potrà sentirsi più un fenomeno.

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